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Alice, Società, Televisione

Tonno subito

– Hai sensi di colpa per la pubblicità?

– All’inizio sì, effettivamente c’è stato qualcuno che mi chiesto il perché e me lo sono chiesto pure io.

– E cosa ti sei risposto?

– Io sto facendo una cosa che è coerente con me stesso. […] Mi hanno proposto di fare Il testimone dentro un spot pubblicitario e mi sto divertendo.

– E cosa ti dicono, venduto?

– Sì, il problema non è la Telecom. […] È che io, fino adesso di nicchia, sto diventando popolare. L’importante è la coerenza.

Quello che avete appena letto è un estratto dell’intervista fatta a Pif durante la puntata delle Invasioni Barbariche andata in onda il 3 aprile su La7 .

Fossi stata al posto della Bignardi, la domanda sui possibili ripensamenti circa lo spot della Tim che lo vede coinvolto l’avrei preparata pure io.

Viene subito da chiedersi come la Tim possa avere fatto una scelta così, ovvero quella di affidare ad un personaggio come Pif, senz’altro famoso, ma ancora elitario, la commercializzazione di una delle maggiori compagnie telefoniche in Italia.

Le ossa, Pif, se l’è senz’altro fatte. Sicuramente ve lo ricorderete su Le Iene, ancora su Il testimone per MTV e come protagonista indiscusso del pre Festival di Sanremo 2014. Ha pure diretto un film di successo intitolato “La mafia colpisce solo d’estate”, ma se un cosa di Pif la si può dire è che certamente non è ancora noto al grande pubblico. Il pubblico generalista dei canali Rai, quello democristiano delle fiction storiche, di un Medico in famiglia.

Di Don Matteo.

Probabilmente, in una televisione dove tutto è trito e ritrito, dove la minestra è perennemente riscaldata e fa pure un po’ schifo, quelli della Tim hanno deciso di puntare su un personaggio innovativo, forse impensabile per quel tipo di contenitore e, come egli stesso si è definito in un’altra parte dell’intervista, di “primo pelo”.

Da un parte posso ben capire, o meglio giustificare, l’accettazione di Pif di una proposta così, per certi versi indecente. Gli spot pubblicitari vengono così assurdamente strapagati, che pure io mi ci sarei buttata a capofitto senza pensarci due volte.

Da qualche parte avevo letto che oggigiorno, negli studi televisivi, in tempi di spending review e di austerity televisiva, risulta molto più vantaggioso comparire in una qualsiasi marchetta pubblicitaria piuttosto che partecipare a quei salotti dell’intrattenimento pomeridiano targato Rai o Mediaset, magari in qualità di opinionista.

Quella del testimonial pubblicitario è una tradizione consolidatasi da tempo, anzi da sempre, dove con il termine “testimonial” si fa riferimento a una persona che presta la faccia, e talvolta la voce, ad un qualsiasi prodotto reclamizzato per garantirne la bontà o la qualità dello stesso.

Per ben cinque anni, ad esempio, nello specifico dal ’65 al ’70, Mina fu la testimonial assoluta della pasta Barilla .Quella dell’azienda emiliana in questione fu una scelta azzardatissima, perché lo scenario di quegl’anni era un’ Italia legata indissolubilmente a modelli tradizionali (e tradizionalisti) molto forti, basati sull’ideale della famiglia come tassello fondamentale per la costruzione della società tipo, della donna che sta a casa mentre il marito va a lavoro per riuscire a mantenere moglie e figli.

Scegliere colei che per prima decise di divorziare, quando il divorzio ancora non esisteva, e di rendere nota la sua relazione irregolare con un attore all’epoca già spostato, probabilmente poteva rivelarsi un biglietto di sola andata verso il fallimento del marchio stesso.

Ma questo non successe, perché Mina incarnava in qualche modo quell’Italia che voleva cambiare e mettersi al passo con i tempi; con la modernità. Mina rappresentava la donna indipendente, che con la pasta, la figura della casalinga e con la tradizione italiana generalista c’entrava ben poco.

Anzi nulla.

E dopo essere stata bandita dagli schermi televisivi per più di un anno a causa delle sue vicende familiari, Mina finì per diventare un’icona femminista, che scardinava e rompeva i ruoli massonici imposti alla donna da una società che stava inesorabilmente cambiando.

Volendo abbassare i toni di questo pezzo, e volendolo fare volontariamente, non posso esimermi dal citare un altro esempio di testimonial d’eccezione, il pornodivo Rocco Siffredi che, per Amica Chips, con lo slogan “Io di patate ne ho viste tante, gustose, fragranti. Fidati di uno che le ha provate tutte”, ha fatto sognare migliaia e migliaia di uomini, in particolar modo quelli compresi nella fascia d’età 14-70.

Lo spot lo ritraeva in camicia da notte rosso rubino, mentre sgranocchiava patate a bordo piscina. Siffredi rappresentava se stesso nel ruolo di colui che, giovani, stagionate, fritte o cotte al forno, se le fa andare bene tutte.

Il fatto è che a vedere determinati personaggi prendere parte a spot come questi, che siano Mina, Siffredi, Fiorello con la Wind o la Littizzetto per la Coop, ci si corica a letto pressoché tranquilli, perché fondamentalmente sono chiamati a recitare loro stessi, evitando di emulare o personificare personaggi estranei.

Entrano con vigore nelle case degli italiani senza aver apportato alcun cambiamento circa l’immagine e il ruolo a cui devono il loro successo e la loro notorietà.

Viene da pensare poi a tutte le attrici italiane e internazionali che prestano la faccia, o il corpo intero, su carta stampata ai grandi marchi della moda e della cosmetica.

Aprire un settimanale come il Vanity Fair significa imbattersi in pagine e pagine dove Monica Bellucci e Bianca Balti posano ad esempio per Dolce&Gabbana, dove Natalie Portman posa per Dior, ed ancora dove Blake Lively posa per Gucci.

In casi come questi l’andamento della notorietà e del successo del marchio vanta un rapporto di diretta proporzionalità con l’attrice stessa in quanto, che sia una star impegnata in cause sociali come Greenpeace o la costruzione di pozzi in Congo, o ancora sia la femme fatale d’adozione francese, questa stringe la mano e spalleggia con la grandezza del marchio stesso.

Il guadagno è reciproco, uguale ed opposto. Bilaterale, insomma.

Questi forniti sono tutti esempi più o meno eclatanti di come certi spot ed immagini possano passarci sotto gli occhi tutti i giorni, nella totale indifferenza comune, quasi a delineare una certa normalità.

E così è, si chiama logica del mercato.

Il problema si pone quando un signore di 54 anni, registrato all’anagrafe come Josè Antonio Domìnguez Banderas, attore, regista, doppiatore, produttore cinematografico, colui che ha fatto sognare milioni e milioni di donne, l’unico e vero Zorro esistente sul pianeta Terra, decide di interloquire con una gallina di nome Rosita.

Rosita, capite?

Può il pupillo di Almodòvar vestire i panni del mugnaio della Mulino Bianco e confidarsi con un pennuto circa lo spessore delle fette biscottate?! Può l’uomo di cui mia madre è innamorata dal ’96 comparire con i capelli pieni di farina, manco fosse alla Prova del cuoco della Clerici?!

Quando prima dicevo che avrei accettato immediatamente un’eventuale proposta per uno spot pubblicitario, non avevo varato la possibilità che avrei potuto interagire con una gallina nel ruolo di confidente personale e consigliera politica, un po’ come Toti con Forza Italia.

E a fare compagnia all’ ispanico Banderas, è arrivato anche Kevin Kostner, che dopo due oscar e una trentina di film, non aveva nulla di meglio da fare che diventare testimonial del Tonno Rio Mare.

Tonno Rio Mare, capite?

E pensare che in Waterworld i tonni erano suoi amici.

Come non bastasse, per questo spot, gli amalfitani sono sul piede di guerra, hanno impugnato l’ascia, perché nello spot in questione, dietro la meravigliosa terrazza dove si trovano persone e molto tonno, comparirebbe in lontananza un faro che nella realtà ad Amalfi non esisterebbe.

Ora dovreste cercare di immaginare questa bagarre tutta italiana che, tra bieco provincialismo, enti regionali per la tutela del turismo e del territorio, patriottismo e una decina di video-parodia che imperversano su Youtube, polemizza sul nulla, dimenticando così i veri problemi del Paese, ovvero Kevin Kostner come nuovo testimonial della Rio Mare, che voci di corridoio dicono essere “tenero come un grissino”.

Esigenze sceniche, si scusano i produttori.

Io posso anche capire le motivazioni economiche che han fatto sì che star internazionali di questo calibro potessero accettare proposte pubblicitarie simili, dico davvero. Ma la domanda fondamentale rimane comunque la stessa: ci si può vendere in questo modo, sminuendo e buttando nell’umido anni ed anni di onorata carriera ?!

Probabilmente sì.

In quel capolavoro d’ album intitolato Zero – ovvero la famosa nevicata dell’ 85, Morgan cantava “Mi piace tutto ciò che sembra decadenza”.

Piace anche a me, il gusto del fallimento. Ma sono convinta che anche nella decadenza, per quanto affascinante possa essere sotto certi punti di vista, un limite ci debba essere.

E forse Pif aveva ragione. L’ importante è la coerenza.

di Alice Martini

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