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Alessio, Letteratura

Controesodo, il ritorno alla campagna

C’è poco da fare, sul lungo periodo (come dicono quelli che si intendono di economia) la campagna vince sempre sulla città. Non so perché, forse perché le campagne sono sempre più grandi delle città, o forse perché la campagna è opera di Dio e la città no, o anche perché in campagna l’aria è sempre più pulita, o così si crede, che in città. Quello che pare evidente oggi è che, dopo il grande esodo contadino e lo spopolamento della terra conseguente all’emigrazione di massa verso i poli urbani industrializzati avvenuto negli anni ’50 dal Sud e dal Nord Est verso Genova, Torino, Milano, molti giovani, neodiplomati o neolaureati, scoraggiati e sconsolati dalle scarse occasioni di lavoro offerte nei centri maggiormente avanzati del Paese, scelgono non solo di andarsene all’estero, ma anche di rimanere in Italia e tornare a sporcarsi le mani di terra per impiantare e avviare nuove realtà imprenditoriali a sfondo rurale. Sono passati quarant’anni da quando Pasolini scriveva a Calvino (in «Paese sera», 1974) il suo rammarico e il suo rimpianto «contadino» davanti all’affermarsi della società industriale e del totalitarismo culturale, che avrebbero omologato tutti, cittadini e campagnoli, sotto un’unica forma, un unico standard di uomo consumatore, cancellando così le peculiarità folkloristiche e la genuinità della vita pre-industriale, precipuamente annidata nella realtà rurale e contadina. Due ventenni, e se l’uomo consumistico è una certezza assoluta, la società industriale italiana invece è già stata superata, quella commerciale mostra segni di enorme affanno e, soprattutto, non dà ai giovani di questa nazione alcuna possibilità di aver fiducia, alcuna opportunità lavorativa degna di così essere appellata, tanto che dal Secondario e Terziario, a passo di gambero, si torna progressivamente alle attività dirette del Primario. Torniamo al settore primario, quello delle colture, siamo d’accordo perché il fenomeno è patente: ma ripristineremo agricoltura e allevamento sic et simpliciter senza nessuna differenza? Non scherziamo. Pasolini aveva uno spirito critico profetico, ma talvolta condizionato da una nostalgia eccessivamente fiabesca, che lo spingeva ad evocare il mondo agricolo perduto come una sorta di età dell’oro passata e destinata a non presentarsi più. La realtà, si sa, è sempre meno conciliante del pensiero e, se già in Pavese l’dea paradisiaca della campagna come dimensione dell’innocenza si alternava al sentimento del selvaggio e ad un riscontro dell’abbruttimento dell’uomo nella dimensione contadinesca, ancor meno incantato, nello stesso periodo, è lo sguardo di Fenoglio (Malora), che della vita contadina sottolinea un desolante abbandono all’animalesco e il cedere non insolito a una violenza gratuita e istintuale, cifra costante dei rapporti umani vissuti in condizioni di povertà e miseria (Fenoglio si sarò ricordato delle esperienze traumatiche di Tozzi?). Questa violenza agreste è sovente figlia di una rabbia secolare, e anche di una ruvida fierezza, sentimenti che emergono nel personaggio di Donnarumma, splendidamente descritto da Ottiero Ottiero nel suo Donnarumma all’assalto, assolutamente affetto da quella ancestrale diffidenza dell’uomo di campagna verso il cittadino, del lavoratore analfabeta verso il datore (padrone) di lavoro colto e astuto, che si traduce nel romanzo di Ottieri nel rifiuto di una richiesta di lavoro redatta per iscritto «Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda. Qui si viene per faticare, non per scrivere» che ci rimanda poi al sospettoso Renzo Tramaglino dei Promessi Sposi: «gran cosa, – esclamò, – che tutti quelli che regolano il mondo, voglian fare entrar per tutto carta, penna e calamaio! Sempre la penna per aria! Grande smania che hanno que’ signori d’adoprar la penna! […] è perché la penna la tengon loro: e così, le parole che dicon loro, volan via, e spariscono; le parole che dice un povero figliuolo, stanno attenti bene, e presto presto le infilzan per aria, con quella penna, e te le inchiodano sulla carta, per servirsene, a tempo e luogo». Pare oggi che le cose vogliano cambiare. Sarà vero che il contadino di domani sarà laureato, colto e capace di leggere e scrivere anche meglio di un azzeccagarbugli di città? Che tutto sommato potrebbe finalmente avverarsi il sogno arcadico di tanti poeti con un intellettuale giovane e fiero di coltivare e lavorare la terra? «vita di città e vita di campagna». «Questo il mio desiderio» scriveva Orazio, «un pezzo di terra non tanto grande, dove ci fossero un orto e vicino a casa una fonte d’acqua perenne con qualche albero che la sovrasti». Noi lo speriamo davvero, sicché la meravigliosa campagna italiana divenga per i tanti disoccupati di questo Paese una nuova Terra Promessa, depurata da quei tratti barbari che la contraddistinsero negativamente nel passato recente. Intanto, aspettando che tutto ciò si avveri, ricordiamoci di quanto scrisse Nicolò Machiavelli nella celebre lettera a Vettori intorno alla sua esperienza «rurale» compensata dalla dolcissima contemplazione serale delle belle letture nobili e antiche: «Venuta la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio di quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et mi metto panni reali et curiali; et rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli antiqui huomini, dove, da loro ricevuto morevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, et che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro, et domandarli della ragione delle loro actioni; et quelli per loro humanità mi rispondono; et non sento per quattro hore di tempo alcuna noia, sdimenticho ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottiscie la morte: tucto mi trasferisco in loro».

di Alessio Casalicchio

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