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Alessio, Letteratura

Venezia e la letteratura tra Otto e Novecento

La prima cosa che ti colpisce quando visiti Venezia è che non capisci che cos’è Venezia: un’ex metropoli? Una città d’arte? Una bomboniera? Il paesaggio di una fiaba? Un pianeta sommerso? Un «piccolo mondo antico»? In verità Venezia è tutto ciò e molto altro ancora. Venezia assomiglia molto ad una bugia: è troppo bella perché sia vera. Perché, lo sappiamo, alla realtà la bellezza non basta. Anzi, «realtà» è quasi sempre sinonimo di brutto e doloroso. Ad una città, per essere vera, per essere reale, occorrono anche la bruttura del degrado, i senza tetto sotto i porticati, il puzzo delle ciminiere nelle zone industriali, il rombo dei veicoli a motore per le strade vicino al centro con i loro clacson sempre pronti a lanciare moniti e invettive. A Venezia le cose non stanno così: perfino le case diroccate, il sudiciume dei marciapiedi, il tanfo dell’acqua stagnante hanno un loro fascino, una loro giustificazione. E poi, non dimentichiamolo, le città vere hanno i flussi – migliaia di flussi! – economici, finanziari, commerciali, migratori, lavorativi, studenteschi. Venezia – fortuna o sfortuna – vanta solo flussi turistici perché è essenzialmente una meta vacanziera, e poco più. Ma che cos’è un turista, un viaggiatore, se non un soggetto indefinibile, vagante, enigmatico che giunge, passa e se ne va, senza lasciare (quasi) traccia? Il turista, a Venezia, è inesistente, come Venezia stessa, perché si vede, ma non si identifica, non si individua, non si fa afferrare; perché il turista alberga negli Hotel, si mimetizza, misteriosamente, nel mistero veneziano, diventa un tutt’uno con la città lagunare, un animale nel suo habitat naturale. Ecco perché a Venezia – se non si hanno tentazioni neorealiste – si può ambientare un romanzo senza paura di apparire banali o inopportuni, come ha fatto una sfilza incredibile di scrittori: da D’Annunzio (Il Fuoco) a Fruttero-Lucentini (L’amante senza fissa dimora), da Henry James (Il carteggio Aspern) a Thomas Mann (La morte a Venezia). Venezia è una città da romanzo, perché è ovvio che qualsiasi storia ambientata in una città del genere può essere ritenuta verosimile, ogni trama diviene credibile, ogni personaggio, anche il più taroccato, fiabesco, immaginario può essere storicamente esistito. Dove poteva nascere uno come Giacomo Casanova, ricordato come avventuriero, scrittore, poeta, alchimista, diplomatico, filosofo, agente segreto, fuggiasco, serenissimo e instancabile seduttore, autore di un libro intitolato Storia della mia fuga dai piombi (Histoire de ma fuite des prisons de la République de Venise qu’on appelle les Plombs) se non a Venezia? Può essere esistito davvero un uomo così? Non può essere soltanto un archetipo, una figura retorica, un’antonomasia? La risposta sincera è la migliore: macchissenefrega! Il mito serve, al di là della sua veridicità, punto e basta. Venezia interessò sempre poeti e scrittori, ma mai come nell’epoca decadente, perché essa fu vista come il modello perfetto della città decadente: languida, assopita, imperscrutabile, in una parola: morente. Ecco che allora Thomas Mann, in un centinaio di pagine, scrisse una racconto-manifesto del tardo Decadentismo, intrecciando la tragica vicenda del grottesco Gustav von Aschenbach con la condizione morbosa ed esotica di una Venezia ripiegata su se stessa e sulla sua storia, non più presente, solo passata, gloriosa, ma passata. Alla fine del libro Von Aschenbach muore sulla spiaggia del Lido (dove oggi si celebra il Festival del Cinema), muore come sacrificandosi, esala l’ultimo respiro lui per una città che non può respirare, contemplando una bellezza efebica, sfuggente, proibita. Muore in nome del Bello, perché il Brutto dovrebbe sempre lasciare il posto a ciò che Brutto non è. Muore un po’ come qualche decennio prima era morto, proprio a Venezia, Richard Wagner, quel «decadente apocalittico» (per dirla con Nietzsche), cantore dell’annichilimento della vita e dell’inutilità dell’agire umano (si veda l’Anello dei Nibelunghi). In seguito alla morte di Wagner (1883), il buon D’Annunzio pensò di descrivere – inventando – i funerali del sommo musicista nel suo libro Il Fuoco, ambientato, come si è detto, nella città lagunare. Siamo sempre lì, tra fantasia e realtà, come avrebbe detto Mann proprio nel racconto succitato: «Questa era Venezia, la bella lusinghiera e ambigua, la città metà fiaba e metà trappola, nella cui atmosfera corrotta l’arte un tempo si sviluppò rigogliosa, e che suggerì ai musicisti melodie che cullano in sonni voluttuosi». Venezia come trappola, come labirinto – chi non si è mai perso tra le calli in cerca di San Marco? – tanto da diventare claustrofobica, come la Venezia di Henry James, intuita, intravista, sfiorata, ma appartata, silenziosa, quasi assente, in quel Carteggio Aspern che Arbasino ha definito «il più bel libro sul decadentismo veneziano dell’Ottocento», in cui si cercano cose che nemmeno esistono, ma si pensa di poterle trovare, comunque, perché sì, a Venezia si può fare anche questo.

di Alessio Casalicchio

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