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Alessio, Letteratura

Kafka e la Shoah

È facile che il lettore si stia chiedendo quali rapporti intervengano tra uno scrittore morto di tubercolosi nel 1924 e la tragedia dell’olocausto, di cui si è celebrata la giornata della memoria pochi giorni fa, avvenuta in seno alla Seconda Guerra Mondiale. I contatti tra l’ebreo Kafka e la Shoah sono in realtà molteplici. Per prima cosa, se la malattia impedì o permise al grandissimo scrittore praghese di non sottostare alla violenza nazista, altrettanto non accadde alle sorelle di Franz: Otylia, la sorella più cara a Kafka, morì ad Auschwitz nel 1943, dopo essere passata per il lager di Terezin. Gabriela e Valerie furono deportate dai nazisti nel ghetto di Łódź e poi uccise nel vicino campo di sterminio di Chełmno nel 1942. Anche la scrittrice Milena, una delle donne amate da Kafka, alla quale dedicò «Le Lettere», venne arrestata dalla Gestapo e deportata nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morì nel 1939.

Oltre a questi avvenimenti che coinvolsero i membri della sua famiglia, molte anticipazioni sulla claustrofobica condizione dei deportati sono presenti già negli scritti del giovane Franz, inconsapevole, certo, di ciò che sarebbe accaduto, ma lucidissimo nel narrare e descrivere lo stato d’animo e le sensazioni di coloro che sarebbero stati confinati, torturati, uccisi e inceneriti vent’anni dopo nei campi di mezza Europa. Per queste ragioni Kafka, uomo sofferente, angosciato, complessato al punto da identificarsi in uno scarafaggio schifato e ignorato perfino dai propri famigliari, viene visto da molti come un precursore, un profeta di ciò che successe ad Auschwitz. Prendiamo i personaggi dei suoi romanzi: Josef K., Gregor Samsa, l’agrimensore K., e tutti gli altri, non sono uomini, non lo sono più, sono marionette catapultate in un mondo assurdo, prepotente, cinico, dove non esiste pietà, non esiste solidarietà, la comunicazione tra le persone segue regole astratte, ingannevoli, disumane. Sono uomini innocenti, o forse no, perché c’è sempre una colpa, ci suggerisce Kafka, se il non saper superare indenni gli ostacoli del sistema è un torto, se l’essere diversi è un’onta, se essere inetti o impotenti è infamante. L’uomo di Kafka è nulla, è un farlocco, un manichino dotato di respiro, viene imputato, giudicato, ammazzato e non può farci nulla se non accettare il suo destino. Le forze del male, oscure e misteriose, hanno individuato in lui il capro espiatorio, il colpevole necessario, la vittima perfetta, e di qui inizia il suo calvario, un po’ come accade al mite Giobbe, precipitato da Dio in una spirale di lutti, dolore e amara solitudine. Ed è per questo che forse anche il mite Franz avvertì scorrere nel sangue delle sue vene l’angoscioso pre-sentimento del male, quel male che riemerge tra gli uomini dopo essere stato nascosto per tanti anni, come un fiume carsico, come un vulcano che erutta travolgendo e distruggendo, e scrivendone nei suoi libri egli poté restituire al mondo la chiave per scorgere in questo impetuoso avanzare della violenza e della selvaggia volontà di annientamento, un raccapricciante frammento di carnefice razionalità. Si prenda ad esempio il lunare racconto Nella colonia penale (1919), in cui un esploratore straniero viene invitato ad assistere e a giudicare la bontà di una condanna a morte inflitta ad un soldato colpevole di essersi addormentato durante il turno notturno di guardia. I soggetti in questione seguono copioni alienati l’uno dall’altro: il soldato di guardia non parla, il condannato nemmeno, non si esprime, sembra non aver capito nulla di ciò che gli sta accadendo. E invece dovrebbe essere terrorizzato, visto che l’esecuzione avverrà tramite un macchinario mortale munito di un erpice in grado di scrivere sul suo corpo il comandamento da lui trasgredito (nella fattispecie «onora il tuo comandante»), e di condurre alla morte la vittima nel giro di dodici ore! La razionalità meticolosa con cui è stata progettata la macchina tanto decantata dall’ufficiale è il vero elemento agghiacciante di tutto il racconto, racconto di una vicenda maniacale intrisa di nitido e genuino sadismo. Ecco come l’ufficiale, che si esprime in francese, lingua che il condannato non conosce, parla della macchina:

«Sì, l’erpice», disse l’ufficiale, «il nome è appropriato. Gli aghi sono disposti come quelli di un erpice e l’insieme funziona come un erpice, anche se da fermo e con molto di più a regola d’arte. Se ne renderà subito conto. Il condannato viene disteso  qui, sul letto […]. Il letto è completamente ricoperto da uno strato di ovatta, e la ragione la vedremo in seguito. Su questa ovatta viene disteso, nudo, il condannato; queste cinghie sono per tenerlo fermo, per le mani, per i piedi, per il collo. A questa estremità del letto, su cui l’uomo giace con la faccia in giù, c’è un piccolo tampone di  feltro, facilmente regolabile, in modo che penetri di misura nella bocca del condannato. Serve a impedire che quello urli e si mozzi la lingua con i denti. L’uomo è costretto a prendere il tampone in bocca, altrimenti le cinghie del collo gli spezzano le vertebre cervicali».

L’ufficiale elogia con tanto di crudi dettagli l’efficienza della macchina, come se stesse parlando di un nuovo modello di automobile, o di un attrezzo agricolo; non c’è ombra di pietà, né di scrupolo nella sua narrazione. Si intuisce come con tono fiero e deciso egli illustri all’esploratore il metodo singolare e calcolato con cui nella colonia penale vengono eseguite le condanne. L’esito è paradossale, quasi grottesco, nella sua drammaticità, ma è chiaro che è la macchina il totem della colonia, essa è un mostro quasi vivente, come ha scritto Antonio Fusco, e assume simbologia divina, pertanto è degna di venerazione, e costituisce un vero e proprio altare figlio della follia umana, su cui si celebra il sacrificio, l’olocausto, appunto, di un uomo innocente, in nome di un concetto perverso e assoluto di Giustizia. Il tutto avviene in un’atmosfera allucinata, lontano dalla realtà, lontano dal mondo, proprio come sarebbe avvenuto nei gelidi campi di concentramento soltanto due decenni dopo.

di Alessio Casalicchio

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