//
stai leggendo...
Alessio, Letteratura

Amore e Morte, questi eterni sovrani

Prendo spunto per questo articolo dall’ultimo di Maverik Bocassini su «Truth» Eros e amore: due facce di un’unica medaglia perché, se è vero, come da titolo, che Eros e Amore sono riflessi dello stesso specchio, «Ma ora andiamo a letto e facciamo l’amore: non mi ha mai preso il cuore un desiderio (ἔρως, Eros) tanto possente», diceva il sempreverde Omero (Iliade  III, 441-2, Paduano), in non meno profonda connessione sono Amore e Morte, due altri nomi con cui si può chiamare il destino dell’uomo.

Amore e morte è uno dei grandi topoi letterari dell’Occidente. Insegna Denis De Rougement, nel suo libro-bibbia L’amore e l’Occidente, che l’amore-passione ricerca segretamente la morte, ossia l’annientamento dell’individuo in una sorta di «fusione» (di natura cropto-religiosa) con l’oggetto amato. Pensiamo allora alla tragica vicenda di Narciso, invaghitosi follemente di un oggetto che non può possedere (esattamente come accade nel mito di Tristano e Isotta, celeberrimo archetipo dell’amor cortese). Narciso desidera un amore impossibile, ma lo desidera così tanto da incorrere, inevitabilmente, nella morte, celata nell’immagine stregata riflessa dall’acqua. Egli, in fondo, è rapito dall’amore, ma finisce per amare la morte, la sua. «Sembrerebbe proprio che il principio di piacere si ponga al servizio delle pulsioni di morte» avrebbe detto Sigmund Freud nel suo Al di là del principio di piacere. Ma a noi non piace indugiare troppo sul già troppo evocato Sigmund, e pertanto preferiamo coinvolgere il buon Giacomo Leopardi, che ad Amore e Morte dedicò un celebre e omonimo canto, in cui i due grandi sovrani dell’umanità divengono addirittura fratelli: «Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte / ingenerò la sorte. / Cose quaggiù sì belle / altre il mondo non ha, non han le stelle. / Nasce dall’uno il bene, / nasce il piacer maggiore / che per lo mar dell’essere si trova; / l’altra ogni gran dolore, / ogni gran male annulla».

E, se Leopardi nei momenti dell’amore per Fanny Targioni Tozzetti guardava all’amore e alla morte con occhi languidi e aggraziata accettazione perché è l’amore stesso a portare nel cuore innamorato un lieve, malinconico desiderio di morire, un dolce abbandono al cupio dissolvi, Tolstoj pensava con sgomento a queste due terribili divinità che violentano spietatamente le menti e i cuori umani. Tutto il resto si controlla, si comprende, si spiega, sì, ma l’amore e la morte no, essi sono ingestibili! Sono entrambi necessari e inevitabili, ma proprio per questo, motivo di fastidio, angoscia e terrore. La necessità indica l’obbligo, l’obbligò la schiavitù, la schiavitù la resa dell’uomo sapiente, intelligente e libero. Nella Sonata a Kreutzer, Tolstoj descrisse abilmente le ossessioni di un uomo geloso che, travolto dai sospetti di adulterio, finisce per uccidere la moglie a pugnalate. Nella novella Il diavolo (scritta nello stesso periodo della precedente), in un finale Evgenij, invaghito di Stepanida, si suicida con un colpo di pistola alla tempia, nell’altro finale è lui che con la medesima pistola uccide la donna. Non parliamo dell’amore devastante patito da Anna Karenina. Anche in Tolstoj Amore e Morte sono fratelli, si mostrano perfidamente intrecciati, ma in un modo che non lascia spazio al piacere languido del morituro o a briciole di estasi melanconica.

Molti i contributi letterari che hanno reso grande il teme letterario in questione e complicato all’infinito i conflitti, ma anche le comunanze, tra amore e morte: si pensi a Romeo e Giulietta, a La dama delle Camelie, a Madame Bovary, infinite le disamine critiche sull’argomento. Ma resta una domanda, un cruccio infinitamente più grande di tutte queste fruttuose ma immanenti indagini: può l’amore superare la morte? Può il sentimento del cuore sopravvivere al cuore stesso? Possono l’afflato amoroso, la passione, il pensiero del bene dell’amato, del piacere del corpo e della mente albergare in un luogo, un altrove che esiste nel regno del dopo-vita? Orfeo, il misterioso poeta-cantore del mito, ci dice che è possibile tornare negli inferi e riprendere per mano l’amata Euridice per riportarla nel mondo dei vivi, ma basta un niente per far svanire tutto, per far fallire l’impresa, far precipitare l’amata in un oblio dal quale nessuno mai potrà mai più salvarla. Perché scrisse splendidamente Pavese nei suoi Dialoghi con Leucò, Orfeo, nel mondo dei morti, finì per trovare non già l’amore, ma qualcos’altro, forse di ancora più prezioso, forse finì per trovare se stesso: « L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefone nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla».

di Alessio Casalicchio

Annunci

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

Truth (yelled)

Follow truth on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Seguici su Twitter

Visualizzazioni

  • 26,137 hits
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: