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Alice, Cinema

La Grande Bellezza

Premetto subito che di cinema non me ne intendo, ma credo allo stesso tempo di riconoscere un buon film quando ho l’occasione di vederne uno.
Probabilmente qualcuno la vedrà come una frase azzardata, forse lo è, ma credo anche qui di potermi prendere la libertà per dirlo. La stessa libertà con la quale mi sono permessa di dire finora molte altre cose, certamente più gravi.
È che il cinema non ha mai saputo conquistarmi totalmente, non ho mai capito bene il motivo. Se l’è cavata meglio la musica, ma anch’essa senza battere nessun tipo di record di interesse. A 23 anni, quindi, devo ancora trovare qualcosa che mi piaccia per davvero e la questione è abbastanza frustrante, ammesso e concesso si debba per forza trovare qualcosa che nella vita debba piacere in assoluto.
Di recente però una cosa che mi piace l’ho vista. E l’ho vista pure al cinema, pensate un po’.
Si intitola La Grande Bellezza ed è l’ultimo film di Paolo Sorrentino.

Paolo Sorrentino è un regista che seguo da tempo, ovviamente nell’ombra della laicità della mia non-cultura cinematografica. Un napoletano d.o.c con l’orecchino sul lobo sinistro, con quell’aria passiva e disinteressata di chi nella vita non vuole dimostrare nulla perché fondamentalmente non gliene frega niente. L’ho apprezzato molto in tempi recenti con This must be the place del 2011 e Il divo del 2008, ma se consideriamo che la sua carriera inizia nel 2001, poco male.
Con la stessa tranquillità d’animo che lo contraddistingue, Sorrentino si è presentato ben cinque volte in concorso al Festival di Cannes e quest’anno, in questo 2014  appena iniziato, è riuscito nell’intento forse più grande: portare a casa un Golden Globe.
Che voglio dire, mica fa schifo. Dato poi che da 24 anni a questa parte, ovvero da Nuovo Cinema Paradiso di Tornatore, non se ne vinceva uno.
Quindi Sorrentino vince. Vince nonostante la noia della critica italiana, incapace di andare oltre ad un passato grande, fatto di grandi, ma pur sempre passato.
La Grande Bellezza è un film complesso, ma allo stesso tempo magnifico e visionario. A tratti surreale, a tratti eccessivo nel virtuosismo.
Procede per quadri, una serie di immagini che solo nella parte finale trovano il filo che le unisce, ovvero la commedia umana, volendo e dovendo semplificare.
La protagonista indiscussa è Roma, con i suoi monumenti, la sua bellezza  infinita e senza tempo, occupata però dallo squallore e la decadenza di una società mondana, volgare, che del grottesco fa la sua caratteristica primaria.
È una lotta impari tra un sacro che non sa difendersi e un profano dilagante, fatto di maschere che si accumulano una sull’altra senza alcun senso.
Spacciatori, casalinghe, arrivisti, vallette, preti, nobili decaduti, borgatari, diamanti, superalcolici, merda, apparenza, inganno, vita.
In tutto questo il dramma umano di Jep Gambardella, giornalista cinico, disincantato, a cui la sua vuota vita sta stretta e che decide, quindi, all’alba dei suoi 65 anni, di non perdere più tempo a fare ciò che non gli va di fare.
Cosa che dovremmo fare tutti, tra l’altro.
Un capolavoro moderno, osannato all’estero dalle maggiori testate internazionali ed ovviamente bistrattato in Italia, da critici che l’hanno liquidato in un batter d’occhio come ambizioso, pomposo e come lo scopiazzamento da scuole medie de La dolce vita di Fellini.
Dovessi io incontrarli questi famigerati critici del “Made in Italy”, quelli che si sentono investiti dalla carica esclusivamente dal numero di critiche negative finora sentenziate, quelli del “fa schifo perché fa figo dirlo”, quelli che “Aridatece Vanzina” seguito da “Sorrentino, fatte er bagno d’umiltà appena svejo”, vorrei dire che sì, La Grande Bellezza è un film certamente ambizioso, pomposo, pieno di frasi ad effetto. E per fortuna.

PER FORTUNA.

Quelle poche volte che decido di andare  al cinema, mi chiedo perché costringersi a commediole filo-democristiane, quelle che esaltano la mediocrità di tutti i giorni e di cui noi tutti ne abbiamo le palle piene.
Mi chiedo perché sia vietato tentare di farcela con film così, coraggiosi, surreali, onirici, in un Paese dove la pochezza regna sovrana e dove, per fare cinema, pare sempre sia necessario scusarsi con un passato, lo ripeto, già passato.
Signori critici, tenetevi Vanzina!
Perché accontentarsi della normalità banale di commedie «gradevoli e senza pretese», lì, nell’unico luogo in cui si può ancora sognare in grande, con 8 euro e una Pepsi Cola?

Signori, tenetevi Luca Argentero, che più che attore, recita se stesso.

Tenetevi quell’incapace cronica di Cristiana Capotondi, una delle tante miopie del cinema italiano.

Che poi è uguale alla Chiatti, che poi è uguale alla Stella, che poi è uguale alla Romanoff, che poi è uguale alla Crescentini, che poi è uguale a mi’ nonna.

Tenetevi i «ma quant’è bravo Pasotti», che pare un chierichetto da messa domenicale.

Tenetevi Vaporidis, altra stella della banalità e sterilità della recitazione italiana.

Tenetevi la noia e la mancanza d’entusiasmo.

Io voglio i trenini, “quelli che non portano da nessuna parte” perché sono i più belli. Voglio le esagerazioni, i virtuosismi, le ostentazioni. Voglio effetti stupefacenti. Non voglio timidi tentativi indugiati, voglio che qualcuno faccia atti di coraggio. Voglio ispirazioni, invenzioni. Voglio il “vortice della mondanità”.
E La Grande Bellezza lo fa. D’altronde è grande per questo.
Non è un film di mezze misure, questo si è capito: o lo si ama o lo si odia.
Ma sembra alla fine di tutto consegnarci una domanda, o meglio una mezza verità che tutti noi dovremmo cercare di tenere a mente: ma cos’è, in fondo, la grande bellezza, se non la dimostrazione che una via d’uscita, dalla volgarità, dalla normalità, da quello che non si vuole fare, da quello che non si vuole lasciare o che non si può avere, esiste davvero?

di Alice Martini

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Discussione

Un pensiero su “La Grande Bellezza

  1. Ciao, parli della Chiatti ma ti dimentichi, da buona conoscitrice di Sorrentino, che fu la protagonista de L’amico di famiglia (2006), film assolutamente più bello di quest’ultimo.

    Pubblicato da Nico | 19 gennaio 2014, 2:05 pm

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