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Cinema, Irpef

Perché un film come La Grande Bellezza vince ai Golden Globe 2014 il titolo di Miglior Film Straniero

Toda Joia toda Beleza:
Sorrentino vince ai Golden Globe 2014, una piccola riflessione.

Perché un film come La grande bellezza vince ai Golden Globe 2014 il titolo di Miglior Film Straniero? Chi può saperlo, credo si possa concludere; certamente la vittoria di Sorrentino fa sorgere alcune domande che ora sottoporrò al lettore di questo articolo.

1. Hai visto La grande bellezza?

Se: sì, puoi continuare a leggere e partecipare emotivamente; se: no, puoi anche continuare a leggere, ma per una maggior implicazione, un maggior apporto diremmo intellettuale (ma non per fare gli spocchiosi, eh!) ti consigliamo di guardarlo. Meglio comperato alla fnac che scaricato, vabbè saltiamo questo punto dolente.

2. Qual è l’idea che gli spettatori americani hanno dell’Italia?

Quando si legge un giornale non così specializzato in arti dalla settima in giù come XL di Repubblica o Rolling Stone, si evince che tra le nuove leve dei musicisti indipendenti si possono annoverare ancora gruppi come Baustelle, Non voglio che Clara, Le luci della centrale elettrica, addirittura Massimo Volume: gente che suona almeno da quando è mancata la mia cagnolina Fanny (annus horribilis 2007); così come nella musica, il giornalismo generalista carica di significato le due parole “giovani” e “registi” quando parla di gente come Garrone, lo stesso Sorrentino, Crialese, spesso facendoli conoscere al grande pubblico proprio quando, già registi navigati, questi sono “scoperti” dall’America. A chi non è mai parso di sentire cose come “Il giovane Sorrentino al lavoro con Sean Penn”; “Danny De Vito, alla prima, non riesce a vedere i sottotitoli di Gomorra, opera prima del giovane Garrone, e chiede a Schwarznegger di spostarsi dal sedile di fronte al suo” oppure “Rudolph Giuliani piange ricordando i propri avi davanti a Nuovomondo del giovane Crialese”? Ma non è questo il punto. Il punto focale della questione è che l’America, il mercato americano, scopre gli italiani con film che spesso si fanno notare a festival di una certa importanza: Gomorra (Garrone; Palma d’Oro a Cannes 2008, nominato al Golden Globe nel 2009), Il Divo (Sorrentino; Premio della Giuria a Cannes 2008, nominato all’Oscar per il miglior trucco nel 2010), Nuovomondo (Crialese; fosse per me avrei conferito al film il premio Parmalat per l’enorme utilizzo di tonnellate di litri di latte nelle ultime scene col conseguente risanamento del 10% del debito Tanzi, ma in realtà la pellicola di Crialese si è fatta parecchio notare ai David 2010), Reality (Garrone; Premio della Giuria a Cannes 2012), Cesare deve morire (Taviani; Orso d’oro 2012), Sacro GRA (Rosi; Leone d’Oro a Venezia 2013). Di questi film, l’idea dell’Italia che viene data allo spettatore americano è la seguente:

– tutti (eccetto This must be the place) sono girati nel centro e soprattutto nel meridione d’Italia; le città più toccate sono Roma (Il Divo, Sacro GRA) e Napoli (Gomorra, Reality);

– la realtà sociale è perlopiù popolare (Gomorra, Nuovomondo, Reality, Cesare deve morire, Sacro GRA); solo nel Divo è fotografato il mondo alto borghese della classe politica;

– ad eccezione di Nuovomondo, tutti gli altri film mostrano una finzione che si svela ai nostri giorni;

– nella maggior parte delle pellicole è rispettato l’ordine cronologico delle vicende, senza particolari stravolgimenti delle vicende a livello di intreccio.

L’idea del cinema italiano che passa allo spettatore americano medio (certo ci saranno anche newyorkesi che si sono guardati il Kaspar Hauser di Manuli, ma certamente questi ultimi sono una minoranza rispetto a chi conosce – per esempio – Gomorra) è quindi quella di un cinema alimentato da storie generalmente lineari cronologicamente parlando, ambientate nel sud del nostro paese, e rappresentanti un’attualità in cui vive una realtà sociale medio – bassa. Esistono certamente delle eccezioni riguardanti i registi stessi (sembra riduttivo parlare di Garrone come di un regista che gira soltanto a Napoli, soprattutto visto l’ottimo Primo Amore girato interamente nel Veneto e parlato con la forte cadenza regionale dello scrittore Vitaliano Trevisan, oppure si pensi alle banche e agli hotel di Lugano che fanno da ambientazione alle Conseguenze dell’Amore di Sorrentino) ma in questo momento vorrei soffermarmi su questa osservazione, e passare alla Grande Bellezza.

La grande bellezza

3. Qual è l’Italia che si vede nella Grande Bellezza?

Nella prefazione alla lunga mitica intervista fatta ad Hitchcock, Truffaut racconta che, giunto in America per scontrarsi con i critici che decretarono vincitore dell’Oscar Ben Hur preferendolo alla Finestra sul cortile, si sentì rispondere che a lui il film di Hitchcock era piaciuto perché egli non sapeva come era fatto il luogo in cui il film era ambientato, cioè il Greenwich Village; a questo punto Truffaut rispose prontamente che a lui il film era piaciuto non tanto perché non conosceva il Greenwich Village, ma perché conosceva certamente il cinema. Questo aneddoto sembra utile per spiegare parte del successo del film di Sorrentino ai Globe di quest’anno: l’America – per le condizioni viste poco più sopra – sembra conoscere meglio l’Italia (vista dalla cinepresa) che il cinema.

La grande bellezza si scontrava qualche giorno fa con quattro film dei quali gli spettatori a mio parere potevano conoscere molto poco il tessuto geografico – sociale: La vie d’Adèle, principale concorrente del film italiano e già vincitore della Palma d’Oro 2013, presenta una storia attuale che condensa, soprattutto nella prima parte della pellicola, un coacervo di situazioni scolastiche con realtà sociali di basso livello che animano una città francese periferica, Lille. Lo spettatore d’essai si direbbe già abituato a vedere argomenti come la durezza della vita scolastica francese (L’Entre les murs di Laurent Cantet, 2008) o la vita nella banlieu o nella periferia (in Kassovitz, Audiard o Noé, per esempio), ma la storia d’amore di Kechiche girata in una scuola di Lille diverge completamente dal pensiero comune di una Francia parigina in cui una Cotillard può interpretare la Piaf o un Gondry fa viaggiare tra le nuvole l’Amélie Poulain duemilatredici. Della triade restante, poco resta a narrare il tessuto geografico – sociale di Vintenberg o di Farhadi (lui che, in un modo ai miei occhi rivoluzionario, ci metteva davanti con Una separazione una coppia irachena che poco divergeva dalle coppie borghesi italiane!); al contrario, dello stile, dei colori e dell’immaginario di Miyazaki si sa anche troppo, e probabilmente non per questo motivo il film non ha potuto vincere. Troppi “non” in quest’ultima frase, torniamo a Sorrentino.

La vie d'adèle

Come la manciata di film italiani citati prima, così La grande bellezza tratta in egual modo il filmabile: il paesaggio ancora una volta è quello del centro – sud, o meglio quello della Città Eterna; la storia si sviluppa ai giorni nostri, il personaggio principale ha un nome terribile come tanti altri nomi terribili della filmografia sorrentiniana (Jep Gambardella, Titta Di Girolamo – Le conseguenze dell’amore, Geremia De’ Geremei – L’amico di famiglia, Cheyenne – This must be the place) e, seppur alto borghese, ha amici meno altolocati di lui e le feste a cui prende parte sembrano uscite dalle becere animazioni di gruppo livornesi di Virzì. In termini letterari, la fabula coincide per tutto il film con l’intreccio. Sorrentino entra nei ranghi che caratterizzano i suoi precedenti e quelli dei “nuovi – registi – italiani”. Attraverso una costruzione “a blocchi” (la festa, l’amico scrittore, la Ferilli, il prete, il circo – la giraffa e tanti altre cose) il regista guadagna l’ammirazione dei critici e dei blogger tricolore per il continuo riferimento a Fellini, quasi una sfida al trovare l’intruso (perdonatemi ma rido quando Sorrentino si infastidisce quando si parla di remake della Dolce Vita), e d’altra parte fa reperire al pubblico straniero quelle situazioni “italiane” che gli sono ormai familiari. Non pensate al Federico di 8 ½ per un momento: voilà Roma, voilà Borromini e Raffaello, voilà i luoghi che la rendono riconoscibile rispetto alle altre città. I personaggi sono marcatamente italiani e spiccano sulla massa, Servillo diventa ancora una volta “il cinico” per eccellenza del cinema italiano così come Zingaretti diventa “il Montalbano” della televisione pubblica: acido, malinconico, a volte depresso, quasi mai sorridente (Le conseguenze dell’amoreIl divoGomorraLa ragazza del lagoUna vita tranquilla); la borghesia romana sta abbarbicata in alto a parlarsi tra le terrazze come nella Bianca morettiana, sta sulle terrazze sin dai tempi dei rastrellamenti di Rossellini, e sin dai tempi dei rastrellamenti di Rossellini il popolo è in basso ad assaltare i forni, o desidera ora partecipare all’assalto di locali notturni per vedere esibirsi l’agée Ferilli. È questa l’Italia cinematografica, è questo il popolo del mercato di Napoli (Reality), delle vacanze della domenica sulle spiagge palermitane (È stato il figlio), delle feste al chiaro di luna (La prima cosa bella) o dei palazzoni popolari che prima si ergevano nei bianchi e neri pasoliniani (Sacro GRA).

La grande bellezza 2

4. E quindi?

I titoli dei film di Sorrentino finiscono sempre ad essere enigmatici: c’è davvero amore nelle Conseguenze dell’amore? E l’amico di famiglia si manifesta per questo, o il suo ruolo cambia all’interno del film? Cosa fa di Andreotti un Divo?  Che cos’è infine la Grande Bellezza? Per gli americani, che cos’è la Grande Bellezza? La bellezza sorrentiniana può essere, come descrive Alberto Pezzotta su Blow Up dell’agosto scorso, la nostalgia, perché in un confronto con la Dolce vita, “i personaggi di Fellini pensano di avere un futuro davanti, quelli di Sorrentino ce l’hanno alle spalle”? Certamente, vista con l’ottica del protagonista Jep Gambardella, la grande bellezza è quella del presente proiettato sul passato, quella di Via Veneto, di Ungaretti in acido a parlare con un Moravia, di Christa Päffgen in arte Nico a fare da guida nei castelli del  viterbese e il giorno successivo ad esibirsi accanto a Lou Reed dall’altra parte del mondo; ma anche quella di una regia che vorrebbe riprendere l’originale felliniano ma che a conti fatti può solo rincorrerlo ricorrendo a volte a riempimenti (stereotipizzazioni dei personaggi – quelli dello scrittore e del prete interpretati da Carlo Verdone e Roberto Herlitzka, per esempio – oppure abbassamenti di situazioni – il suicidio di Luca Marinelli dovrebbe stare al suicidio di Steiner? – alle aggiunte di materiale digitale): la Grande Bellezza è quella che non c’è, e Sorrentino alla fin fine ci dice che sta a noi decidere se essa si trova dietro le inquadrature. D’altro canto però, se la nostalgia per i tempi andati è un soggetto, certamente l’altro soggetto a poter assurgere  a Grande Bellezza è sicuramente la città di Roma. Lontana da rappresentazioni notturne e misteriose (Identificazione di una donna, Antonioni 1982; L’odore del sangue, Martone 2004), Roma nel film di Sorrentino a mio avviso diventa per lo spettatore americano la chiave per provare a comprendere il sentimento che porta Gambardella a girare la città e farci conoscere i vari fatti e personaggi. È la magniloquenza romana, resa in un certo qual modo irreale dalla presenza quasi tastabile del regista, a farsi Grande Bellezza per l’America: è la capitale, è un piccolo teatro, è il popolo, è quello insomma che ci si aspetta venga raccontato dell’Italia quando si è a Los Angeles.

di Irpef

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