//
stai leggendo...
Alessio, Letteratura

Giuseppe Berto, scrittore dimenticato

Ieri sera, ancora un po’ tramortito dai residui influenzali, ho deciso – in buona compagnia – di rivedermi quel bel film che è Anonimo Veneziano (1970), forse oggi considerato un po’ kitsch, ma all’epoca vero successo commerciale, con la splendida Florinda Bolkan e il controverso Tony Musante. I due avevano già fatto coppia un anno prima in Metti una sera a cena, di Patroni Griffi. Il film, che racconta l’ultimo incontro nella melanconica città lagunare tra un oboista della Fenice, ammalato e ormai senza speranze di sopravvivere, e sua moglie, madre del suo unico figlio, che ora vive a Ferrara con un ricco industriale ma è ancora profondamente innamorata di lui, fu scritto da Giuseppe Berto, in collaborazione con il regista del film Enrico Maria Salerno. Questa sceneggiatura, drammatica ma pregna di francescano erotismo, rappresenta il ritorno alla scrittura e alle apparizioni pubbliche dello scrittore veneto dopo diversi anni di silenzio, figlio della crisi ideologica e spirituale dello scrittore. Pochi sanno, infatti, che Berto, scrittore e uomo complicato, è autore di meravigliosi spaccati d’anima, intrisi di realismo e sofferenza, angoscia e tormento.

Famoso, ma non abbastanza, di Berto, è Il cielo è rosso, romanzo del 1947 ascrivibile al neorealismo, ma impregnato di un’originale e ansiosa indagine psicologica, in un contesto di marxismo e cristianesimo, racconta la sfortunata vicenda esistenziale di quattro giovani amici, Carla, Giulia, Tullio e Daniele, costretti a fare i conti con le tragedie miserabili della Seconda Guerra Mondiale in un quartiere, devastato dai bombardamenti, presumibilmente appartenente alla città di Treviso. I ragazzini, costretti a vivere da adulti, vanno incontro ad una inevitabile sconfitta. Ma si salvano, cristianamente, la loro generosità, la loro spontanea voglia di vivere, il loro essere graziosamente uniti in un epoca disgraziata.

Berto è però, soprattutto, ricordato per quello che è considerato il suo capolavoro: Il male oscuro del 1964. Lo scrittore, da sempre affetto da un’angosciosa nevrosi, trova qui il coraggio di fare i conti con la propria coscienza: giunto a Roma, il protagonista-narratore avverte dei profondi sensi di colpa nei confronti di suo padre, che si aggravano assumendo risvolti psicosomatici alla morte di quest’ultimo. Il protagonista cerca allora rimedio prima nella chirurgia, poi nella psicanalisi. Entrambe si rivelano fallimentari, pertanto il protagonista decide di affidarsi, quasi emulando l’esperienza di Zeno Cosini, all’autoanalisi, che costituisce poi il materiale del romanzo stesso. Alla fine, il protagonista sceglierà di tornare alla casa paterna per mettere fine ai propri conflitti e forse dare avvio a una nuova fase della propria vita. Il libro è fatto di una prosa fitta, senza punteggiatura, alla maniera del flusso di coscienza ed è scritto servendosi, oltre che con lo strumento psicanalitico, anche dell’istanza autobiografica, sempre presente in Berto, uomo costantemente alla ricerca di ricostruire, ricucire, rimettere insieme i brandelli del proprio passato, le fotografie della propria giovinezza, età confusa e convulsa anche a causa della pressante autorità paterna.

Leggere Berto, oggi, significa anche andare finalmente oltre quei pregiudizi che per tanto tempo ne hanno compromesso la divulgazione e la lettura: Berto fu, da giovane, un fascista. Figlio di un severo maresciallo di provincia, si arruolò per le guerre in Africa sperando di dare un senso alla propria vita, senza aderire alla ideologia mussoliniana della sopraffazione del forte sul debole o della morte eroica. Nato in una piccola città, con ambizioni letterarie ma senza la costanza per coltivarle con pazienti studi universitari, egli decise di arruolarsi con le camicie nere, nel ’35 partì volontario per l’Abissinia. A proposito, è bella e commovente l’immagine data di Giacomo Striuli del Berto soldato: «Se penso a Berto soldato vedo Diego Abatantuono e gli altri militari nel film Mediterraneo di Gabriele Salvatores, o anche Alberto Sordi alla guida dei suoi commilitoni. Eppure non è nemmeno difficile riconoscere in Berto l’Ulisse alla ricerca di un’Itaca perduta, o il Foscolo che guarda alle sponde di Zante… Per Berto, comunque, giunse presto la disillusione: già in Guerra in camicia nera rifiuta gli ideali fascisti, la grandezza della nazione, la potenza militare italiana e l’unione di tutto un popolo intorno al duce».

di Alessio Casalicchio

Annunci

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Truth (yelled)

Follow truth on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Seguici su Twitter

Visualizzazioni

  • 29.799 hits
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: