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Chiara, Cinema, Letteratura, Società

Babbo Natale giustiziato

È la sera del 31 dicembre, il “Natale con i tuoi” può dirsi definitivamente concluso. È tempo di bilanci.

Chili presi: almeno 3 (di cui 1 solo di tartine al salmone, per le quali sarei capace di barattare il mio titolo di studio).

Regali ricevuti: 0

Regali estorti: 1 (una ricarica telefonica da 20 euro)

Litigi in famiglia: innumerevoli

Elettrodomestici guastatisi nei momenti meno opportuni: 2 (rispettivamente televisore e lavastoviglie, la mia famiglia ed io ci siamo ritrovati in un incubo post apocalittico)

Messaggini di auguri ricevuti: troppi

Messaggini di auguri inviati: troppo pochi

Epiche citazioni del giorno di Natale: 1, “ci vorrebbe proprio un altro folletto in casa”. Babbo Natale? No, mia madre che passeggiando per Siena, scorta dietro una vetrina un’aspirapolvere Folletto, così proruppe.

Ma ciò detto, c’è qualcosa che non mi torna. Questa frenesia di doni, di feste, di luci, questa smania di opulenza. Questi entusiasmi borghesi per l’abete illuminato, per il caminetto acceso, gli abbracci, i baci, i maglioni col collo a tartaruga, gli arrosti e le meringhe.

Solo ieri era novembre, era la festa dei morti e i bambini facevano la questua travestiti da fantasmi, streghe scheletri. Solo ieri si mangiavano le parche favette dei morti, le ossa dei morti di pasta di mandorle e i pupi siciliani di farina e miele. Solo ieri era il tanto deplorato e vituperato Halloween, estraneo alla compita cultura italica, tutta purgata degli eccessi non umanistici, che dell’America ha rifiutato la notte degli spiriti, ma ha aperto le braccia, la notte della vigilia, al pasciuto babbo un po’ natale e un po’ clericale nel suo bel vestito di porporino, che porta regali ai bambini buoni di deamicisiano buonismo.

Ed io, che per quanti sforzi faccia per liberarmi dell’umanesimo rimango umanista come il Valla, come lui prima sfato la Donazione di Costantino e poi vado a lavorare per il Papa.  Prima critico l’usanza pagana e commerciale di Halloween e poi la pregio. E vi spiego il perché.

Tutto, come vi dicevo, è cominciato con questo mia irrequietezza di fronte all’apparente contraddittorietà delle festività invernali: prima la festa dei morti, poi lo sfarzo natalizio, cuccagna della morale catto-borghese, poi ancora il San Silvestro con i bagordi laici e goliardici. E, soprattutto, è cominciato a causa di questo mio umanistico amore del pagano che mi attraeva magneticamente alle celebrazioni dei defunti, ai Saturnali, al sentore macabro e inquietante del solstizio d’inverno, al lato oscuro del Natale che tanto ci affanniamo a sommergere nelle glasse, nei pandori e nei regali.

La questione del macabro e del funereo si fa per altro molto attuale se consideriamo come Halloween abbia preso piede negli ultimi anni, cosa che in un primo momento condannai, criticandone l’aspetto puramente commerciale, ma che ora in parte riconsidero e rivaluto (non mentivo quando vi dissi che sono come il Valla).

Il Kroeberg[1] ha coniato per occasioni come questa il termine stimulus diffusion, riferendosi al fenomeno per cui un’usanza importata non viene semplicemente assimilata, ma diventa un catalizzatore; suscita cioè tramite la sua sola presenza, la comparsa di un’usanza analoga che era già presente allo stato potenziale nell’ambiente secondario. Ecco, io credo che Halloween sia proprio questo, un catalizzatore. Esistevano infatti, e son sempre esistite in Italia (come dovunque), miriadi di festività destinate ai morti, ai defunti, ai trapassati, ai cari estinti, a quelli che riposano nella beatitudine, nella pace eterna, sei piedi sottoterra, che hanno varcato le soglie del Paradiso, che hanno visto la luce, ecc ecc. Ma com’è che, negli ultimi tempi, Halloween ha spopolato? Da quando si è deciso di calcare la mano sull’horror? E perché?

Premetto, le conclusioni a cui sono giunta sono puramente personali. Il Kroeberg forse si rivolterebbe nella tomba nel leggere le mie considerazioni para-antropologiche. D’altro canto sono anche le testimonianze di un soggetto che si fa oggetto di studio antropologico, e quindi, in questo gioco di specchi da metateatro, come potrebbe l’illustrissimo dissentirne?

Aggiungo solo un’ultima nota: essendo appassionata di horror movie e di letteratura dell’orrore ho sempre difeso a spada tratta il genere. Quanto seguirà tornerà sulla questione, quindi detrattori del genere dell’orrore fatevi avanti senza tema, troverete pane per i vostri denti  (o cervelli per i vostri zombie).

VEDO LA GENTE MORTA

La domanda vera non è tanto se Babbo Natale esiste o non esiste, perché è chiaro che esista.

La domanda vera è: perché l’hanno inventato?

Cosa ha spinto gli adulti ad ideare questa figura (e tutte quelle che gli van dietro, da San Nicola a Santa Lucia, dalla Befana al Bambin Gesù), dedicata esclusivamente ai bambini? È quanto meno un fatto curioso in sé che ci sia, nel pantheon delle nostre celebrazioni e divinità, quasi unicamente destinate agli adulti, una festività tutta per i più piccoli. Per di più  una festività a cui gli adulti non credono. Il paradosso di Babbo Natale (e d’ora in poi con Babbo Natale intendo tutta la compagnia cantante delle divinità portatrici di doni per i bimbi durante le festività natalizie)è appunto questo. È un dio[2] in cui credono solo i bambini.

Ma allora, perché inventarselo?

Claude

Claude “il magnifico” Lévi-Strauss, ce lo spiega per filo e per segno nel suo eccezionale Babbo Natale Giustiziato [3](idea regalo quanto mai gradita, da fare sotto le feste, per miscredenti come me e a miscredenti come me). Ora lo cito, tenetevi forte: «Babbo Natale […] è l’espressione di un codice differenziale che distingue i bambini […] dagli adulti. A questo riguardo egli si collega a un vasto insieme di credenze e di pratiche che gli etnologi hanno studiato nella maggior parte delle società, vale a dire i riti di passaggio e di iniziazione”.  Parafrasando: i òmeni i gà sempre comandà. Non è raro che nelle società arcaiche (arcaiche?) i bambini, gli adolescenti e frequentemente le donne, fossero esclusi dalla comunità dominante attraverso l’ignoranza di certi misteri o la credenza di determinate illusioni. Questi misteri ed illusioni venivano apparecchiati ad hoc dagli adulti per poi essere svelati al momento opportuno, al momento cioè dell’atto di aggregazione delle nuove generazioni alla consorteria degli uomini, per farli così diventare membri della società civile.

Ora, i riti di iniziazione hanno due funzioni fondamentali:

1) aiutare gli adulti a mantenere i loro discendenti nell’ordine e nell’obbedienza.

Con me funzionò perfettamente: “se non la pianti subito Santa Lucia lo viene a sapere che hai disubbidito! Vedrai carbone che ti porta quest’anno”, oppure “non te la compero la Gaucho Peg Perego, se sei brava magari Santa Lucia te la porta quest’inverno”. Disciplinare, regolamentare le richieste, contenere le pretese. A scanso di equivoci vi rendo noto che Santa Lucia non mi ha mai portato la Gaucho Peg Perego.

2) purificare la società, rinsaldarla e riaffermarla.

Nello specifico, salvandola dall’eventualità della sua fagocitazione da parte dei defunti e dal sopravvento del regno delle tenebre. Ma vi sarà subito chiaro come e forse in seguito Merry non sarà più il primo aggettivo che vi verrà in mente in associazione con Christmas.

Lévi-Strauss aggiunge infatti alla spiegazione del fenomeno Babbo Natale-rito iniziatico del punto 1 che: « [la spiegazione utilitaristica è insufficiente a chiarire il fenomeno]. Da dove deriva il fatto che i bambini abbiano dei diritti, e che tali diritti si impongano così imperiosamente agli adulti da obbligarli a elaborare una mitologia e un rituale così costosi e complicati per riuscire a contenerli e limitarli?». Già, da dove?

Qui la faccenda si complica, nel senso che la faccenda è di per sé complicata. Non mi soffermerò sulle evoluzioni che hanno prodotto la figura di Babbo Natale (un giro su wikipedia, o se vorrete un futuro approfondimento, potrà fare luce sulla questione), ma sul concetto in sé del Natale inteso come momento in cui determinate figure divine recano doni ai bambini, del perché si sono ideate e perché in questo periodo dell’anno. Per fare ciò dovremo prima calarci in una dimensione molto diversa dalla nostra. Sbarazzarci delle sovrastrutture cristiane, nietzschiane, renziane, berlusconiane, rousseauiane, sessantottine, analogiche e digitali. Il che è piuttosto semplice da fare. Bisogna solo pensare a quando si era bambini, a quando si era convinti di poter comunicare con gli animali e quando molte cose facevano molta paura, come il buio o la morte. A quando si uccideva un insetto per il macabro piacere di sentirsi padroni del mistero della vita, salvo poi, a cose fatte, temere che l’insetto in questione, mozzato nel mezzo, risorgesse e a capo di un pauroso esercito di insetti venisse per vendetta a scarnificarvi nella notte. Bisogna soprattutto pensare a quando il tempo non era percepito come somma di momenti a scalare (“avete trenta minuti a partire da adesso!”), bensì come ciclico ed in accumulo (domani è uguale a ieri perché faccio le stesse cose, le estati sono lunghissime, così come la notte di Santa Lucia). Ora, questo è, in maniera molto riduttiva, il sentimento dominante nelle realtà del passato. La cultura occidentale ha poi inventato le categorie, l’orologio analogico, il capitalismo e il convincimento che l’uomo fosse sopra la natura e non dentro. Ha prima separato l’animato dall’inanimato e poi ha innalzato una barriera invalicabile tra la vita e la non vita, tra l’essere e il non essere. Ha infine relegato la morte nel non essere, perché solo ciò che è vivo, è. Non facciamo di tutta l’erba un fascio: a fronte di un Linneo (categorizzatore invasato) abbiamo le Metamorfosi ovidiane (in cui quel che muore si trasforma in quel che è, la morte e il non essere si trasformano in una via di mezzo, cioè il diventare quel che si è veramente), ma non è il caso di dilungarci.

Nelle culture arcaiche si ragionava in maniera totalmente diversa: non c’era frontiera tra animato ed inanimato (basti pensare alle culture animiste, ai fauni, alle ninfe e via discorrendo), quindi altrettanto vago era il confine tra vita e morte. E già che ci siamo, avendo citato Ovidio, è evidente come fosse facile passare da una condizione all’altra e viceversa. Questo perché ogni cosa apparteneva allo stesso ordine e non ad ordini diversi: non c’era l’essere da una parte e il non essere dall’altra, ma contemporaneamente essere e anti-essere (cioè essere in una diversa condizione), come le piante, i sassi, le acque, le costellazioni. In questo senso i morti non erano che l’inverso dei vivi, e non entità relegate per sempre alla condizione di non essenza, esiliate in un aldilà indefinito, lontano dal regno dei vivi.

Il defunto continuava ad essere dopo la morte in una dimensione permeabile alla realtà dei vivi. Tant’è che si facevano libagioni, si inumavano con il defunto armi, abiti, animali e talvolta mogli. Il defunto quindi pretende una serie di tributi che solo i vivi gli possono concedere e che gli permetteranno di continuare a vivere nella dimensione speculare del mondo terreno. Chiaramente, se al defunto fossero venute a mancare certe cose, (se non si fosse rispettato il patto), se le sarebbe venute a prendere con la forza nel mondo dei vivi.

Ma è anche vero che se i morti hanno bisogno dei vivi, anche i vivi hanno bisogno dei morti. La permeabilità delle dimensioni consente anche questo. I morti venivano inumati, sotterrati nella stessa terra che, coltivata, era la fonte di sostentamento prima delle comunità arcaiche. Il morto, sepolto come un seme, nutriva la terra, assicurava fertilità e proteggeva il raccolto. Come il seme-antenato assicura il frutto, il seme dell’antenato assicura la discendenza. Il passo è breve tra defunti, cicli di nascita e morte (tanto vegetale quanto umana) e progenie, quindi bambini. «[presso molti popoli] culti funebri, agrari, genitali si interpenetravano, talvolta sino a completa fusione. Presso i popoli nordici Natale era la festa dei morti e, insieme, una esaltazione della fertilità, della vita […]. In quei giorni i morti tornavano per prendere parte ai riti di fertilità dei vivi. L’albero di Natale […] figurava nelle nozze come nei funerali»[4]. A Verona, per parlare della mia città, ai morti si mangiano le fave di pasta di mandorle. La fava è da sempre legume afrodisiaco per la somiglianza libertina dei semi con le gonadi maschili e del baccello con il fallo. E che bello che è vedere le suorine che ne fanno dono ad altre suorine o vedove allegre che se ne riempiono la borsetta.

E il Natale? Beh, il Natale è quel periodo dell’anno in cui muore la vegetazione e con la vegetazione, muore il tempo (sempre quel concetto di tempo lassù definito ciclico, modulato sui ritmi della natura/agricoltura) e col tempo muore l’ordine. L’inverno e l’inferno si corrispondono: è il tempo del ritorno dei morti, un ritorno sia temuto che atteso. Atteso perché è attraverso la morte che si genera la vita. Temuto perché è la stagione delle inversioni, del capovolgimento della regola, del demoniaco, della maschera, della tenebra. E più di ogni altra cosa fa tremare i polsi l’idea cha la venuta dei non vivi possa essere quella definitiva, quella che segna il sopravvento delle tenebre sul mondo della luce, il sovvertimento definitivo  della norma dei vivi e l’imposizione della legge dei non vivi.

Per le società arcaiche questa era una alternativa plausibile, per quanto poco allettante. Per scongiurarla sono necessarie una serie di pratiche apotropaiche e la ri-sottoscrizione del patto stabilito tra vivi e morti, patto che coinvolge tutte le gerarchie sociali e generazionali e che riafferma il legame inscindibile tra antenati, società dei viventi e nuove generazioni, affinché la natura si rigeneri, con essa il tempo e la comunità.

Ed ecco che si adottano pratiche elementari di ostentazione, di sovrabbondanza mentale, fisica, alimentare. L’orgia culinaria e sessuale per rifondare la vita, per ridare energia al cosmo. Le questue per le case per raccogliere il denaro per i defunti, i pranzi memoriali sulla tomba dei cari estinti e così via.

Va bene, e i bambini? I bambini sono i primi beneficiari di questa abbondanza, per due ragioni. Primo, perché come abbiamo menzionato prima, proprio nel momento in cui il caos inf/vernale prende piede, la società si rovescia e gli schiavi diventano padroni e i bambini e gli adolescenti diventano i signori della casa (come il carnevale, e prima ancora, i Saturnali romani, un momento in cui si sfogano le pressioni sociali per ricostituire poi una società più solida secondo il vecchio adagio morte della società-rinascita della società). Ma soprattutto perché sono i bambini a rappresentare i morti. I bambini sono i morti.

Bimbe

Essi sono i più estranei dei membri sociali. Come i morti, anche i bambini stanno sul limite, sul confine tra la comunità dei viventi e quel che sta di fuori. Non partecipano attivamente, ma ne parteciperanno, sono ancora in una forma di esistenza larvale e larva è anche l’anima defunta. Secondo la tradizione poi, portano i nomi degli antenati, perché nascono dal loro seme, ne sono la continuità diretta, ne sono la carne stessa vivente, poi che quella defunta è stata interrata. Sono di fatto i non iniziati alla consorteria degli uomini, che per passare alla vita sociale dovranno morire a quella infantile.

«Se i bambini sono i morti, i morti sono i bambini. Si determina così un circuito logico di sovrapposizione e inversione degli attori simbolici in conseguenza del quale i morti rinascono attraverso i bambini: dare a loro dunque le offerte dovute ai morti è come darle ai morti stessi»[5].

Pensateci la prossima volta che farete un regalo a vostro nipote o al cuginetto.

E pensateci la prossima volta che vi gusterete le favette dei morti o, meglio ancora, i pupi siciliani. Tradizione diffusa è infatti quella di preparare dolci con forme antropomorfe ad evocare tanto il sacrificio umano destinato ai morti quanto il pranzo di Saturno che si nutrì dei suoi figli, e sono dunque i bambini a mangiare i pupi, ovvero i  morti a mangiare i sacrificati, ma anche i padri che divorano i figli nel dissolvimento totale delle opposizioni vita VS morte e nella celebrazione del mondo al contrario. Non dimentichiamo che la festa da cui deriva il Natale è appunto la festa dei Saturnali, dedicati a Saturno patrofago.

A questo punto mi è venuto un certo appetito. Non so a voi, ma a me queste storie piacciono molto di più del “caro Babbo, quest’anno sono stato molto buono”.
E mi fanno anche pensare a quanto i bambini abbiano da sempre giocato un ruolo fondamentale nella tradizione cinematografica dell’orrore. Da Shining, passando per il Sesto Senso e per The Others (ma infinite sono le varianti sul tema) sono sempre i bambini a percepire quello che l’adulto, esautorato della capacità di cogliere ciò che sta oltre il limite della società ordinata, gerarchizzata secondo i canoni della luce e del tempo, non è in grado di vedere.
Allo stesso tempo, le creature più spaventevoli dell’immaginario horror finiscono quasi sempre con l’essere i bambini. Come non ricordare Regan, la bambina de l’Esorcista o le gemelline di Shining, o il piccolo anticristo in Rosemary’s Baby e Sadako in Ringu (meglio nota come Samara, in The Ring). Lascio a voi il gusto di farvi il vostro elenco personale, quel che mi preme è di far notare che il più delle volte questi bimbini sono l’immagine stessa della vittoria della morte e della sovversione degli ordini (bambini che ammazzano adulti, creaturine dotate di poteri soprannaturali e demoniaci). A inquietarci non è solo, come spesso ho letto, il fatto che “il bambino rappresenti il simbolo della purezza” e che quindi se corrotto provoca in noi una reazione di sgomento tale da farci precipitare nel più cieco terrore. È anzi il fatto che essi risultino plausibili in quelle vesti, tanto da farci sobbalzare sulla sedia. I bambini sono sul limitare, perciò ci fanno tanta paura.

BABBO NATALE ROSSO SANGUE

Gesù batte le divinità pagane uno a zero. Anzi tre in uno. Quindi tre a zero. Si scherza, ma solo perché siamo sotto Natale. La verità è che un bel giorno, a spezzare la dinamica arcaica vita-morte-vita-morte nel segno ciclico del tempo, è venuto il dio cristiano. Quel tipo di divinità che, come l’idea di impiegare la polvere da sparo per creare ordigni, dopo nulla è più stato lo stesso. Sì perché il successo del dio cristiano sta nell’aver emancipato l’uomo dalla morte. I culti arcaici condannavano i vivi e i morti ad un eterno ritorno, che si riproponeva annualmente in inverno. Non liberavano l’uomo in modo definitivo dal terrore dell’annientamento, che anzi sempre temevano e tentavano di scongiurare con le pratiche sopra dette. Gesù invece, furbetto, risorge. Così facendo però condanna inequivocabilmente la morte al concetto di male e la vita al bene. Ci fornisce un vademecum per la vita eterna (chi seguirà i suoi precetti vivrà la vera vita nell’aldilà), ma allo stesso tempo trasforma la morte nel peccato, nell’oscurità totale, nel non-essere.

Il Natale pagano ha conservato dei Saturnali solo l’aspetto formale delle strenne ai bambini, del solstizio invernale, dell’opulenza, ma ha barattato il tempo ciclico con quello lineare, il paradiso terrestre con quello celeste, la preghiera ai morti con la preghiera per i morti. Il nuovo culto si è insediato sopra i modelli arcaici e li ha purgati. I morti si festeggiano il 2 novembre e i bagordi si fanno il giorno di capodanno. I bambini scrivono le letterine a Babbo Natale (usanza quanto mai moderna) e le questue per i morti (che per la festa di halloween sono i fatte in maniera eloquente da bambini travestiti da morti) sono state sostituite con i canti porta a porta. L’utopia positivista è entrate nelle nostre case e ha scacciato i demoni della paura, della ribellione e della sovversione. Ha scacciato Halloween. Addio morti, benvenuto caro babbino, vecchietto generoso che incarna le disposizioni benevole degli adulti nei confronti dei bambini.

Grandi espulsi dalle celebrazioni natalizie sono stati, per altro, i giovani, gli adolescenti. I Saturnali, come detto prima, precursori del Natale, vedevano in scena il sovvertimento dei ruoli. I giovani diventavano dispotici, arroganti, eleggevano il proprio sovrano o, in epoca medievale, il proprio “abate della giovinezza” (precedente illustre del Babbo Natale, che veste di rosso clericale e originariamente indossava una mitra) e rovesciavano le autorità, andando in giro insultando i genitori, i parenti, i professori, i datori di lavoro. Realizzavano il regno del caos, la catarsi e la palingenesi sociale. Sdrammatizzavano l’operato della morte.

Col tempo però l’abate della giovinezza s’è invecchiato, è diventato pasciuto e pigro e si è trasformato da ragazzaccio scurrile e molesto a simbolo dell’età matura, i genitori hanno cacciato i figli e ne hanno agguantato il ruolo, travestendosi da Babbi Natale e insegnando loro il rispetto incondizionato delle gerarchie e della buona condotta.

Non so se sia stata colpa della morale cristiana o in generale della tendenza borghese-imprenditoriale a gerontizzare  ogni cosa, ad esautorare l’adolescente, a ricacciarlo fuori dal circolo degli uomini e privarlo della sua iniziazione. Fatto sta che, per citare nuovamente Lévi-Strauss, la “giovinezza” è largamente scomparsa, come classe d’età, dalla società contemporanea.

Sì, e Lévi-Strauss l scrisse nel ’51.

Che fine ha fatto la sfrenatezza? Il sangue, le tenebre, la paura, l’orgia, il conflitto, la riappacificazione, l’alterità (intesa come l’altro e intesa come la morte)? Ci hanno insegnato a non litigare anziché ad imparare a trovare il punto di convergenza, ci hanno insegnato a non mettere in discussione l’autorità, a richiedere quel che ci potremmo meritare una sola volta l’anno (attraverso una garbata letterina) e solo finché siamo bambini, per poi rivelarci la verità “l’illusione apparecchiata ad hoc” senza metterci a parte della comunità. Il Natale è diventato la festa di chi?

Sempre nel ’51, a conclusione del suo breve saggio, Lévi-Strauss si mostrava ottimista e conclude dicendo: «Si è visto che Babbo Natale è l’erede, e nello stesso tempo l’antitesi, [dell’abate della giovinezza]. Questa trasformazione è innanzitutto indice di un miglioramento dei nostri rapporti con la morte; non giudichiamo più utile, per sentirci in regola con essa, permetterle periodicamente di sovvertire l’ordine e le leggi. [… Si è fatto strada un nuovo] atteggiamento tra i nostri contemporanei: atteggiamento fatto, forse, non dalla tradizionale paura di spiriti e fantasmi, ma di tutto ciò che la morte rappresenta di per se stessa, anche nella vita, di impoverimento, di inaridimento e di privazione». Secondo Lévi-Strauss la cura e la tenerezza che mettiamo nel Natale, nel mantenere viva la tradizione del Babbo mondato  dai tratti demoniaci delle figure che storicamente l’hanno preceduto sta nell’aver focalizzato l’attenzione non più sulla morte, bensì sulla vita. Alimentiamo nei piccoli l’illusione di un altruismo senza secondi fini  (i doni) e di una piacevolezza dell’esistenza funzionale agli adulti stessi, che si confortano al tepore di quella fiammeggiante speranza. «La credenza che manteniamo nei nostri bambini secondo cui i loro giocattoli provengono dall’aldilà, procura un alibi all’impulso segreto che ci incita, in realtà, a offrirli all’aldilà sotto il pretesto di donarli ai bambini. Per questo motivo , i regali natalizi rimangono un sacrificio autentico alla dolcezza di vivere, la quale consiste innanzi tutto nel non morire» e nel non morire vivendo, aggiungerei, cioè disaffezionandosi alla vita o sprecandola.

Ma se questo può essere vero nella Francia del 1951, si può dire altrettanto dell’Italia contemporanea? L’atteggiamento collettivo nei confronti della morte è a mio parere molto cambiato. Basti ripensare al ritorno di fama di Halloween, degli zombie e ai successi insuperabili delle serie crime. La cosa non ci dovrebbe poi molto sorprendere, considerato che viviamo in un’epoca di crisi. La crisi economica e del sistema capitalistico, la precarietà generazionale, il terrorismo, le angosce nucleari, l’apocalisse ecologica e così via. Non è un gran periodo. E ti torna in mente la fragilità dell’esistenza, l’insensatezza della stessa e la ciclicità della storia, per cui a periodi grassa seguono periodo di magra e così via. La morte (nella sua chiave tragica come nella sua chiave comica, naturale reazione minimizzante alla prima) torna a diventare un argomento principe. E non è più la morte garbata e discreta della ripresa economica degli anni ’50 e ’60, è la morte cruda, selvaggia e forse erotica nei suoi slanci istintuali, delle nuove generazioni e del nuovo millennio. La morte borghese delle foto dei nonni sul caminetto, delle lapidi scolpite con angeli déco, lascia il posto alla morte ferina, creativa, ironica e giacobina della nostra generazione, quella che è passata per la stagione un po’ fantasy e un po’ harmony dei vampiri adolescenti e che è approdata a Welcome to Zombieland, The Walking Dead, American Horror Story e che ha trovato una planetaria adesione nelle feste di Halloween, nelle zombie walk, nei flash mob a tema.

INIZIAZIONE HORROR

Gli zombie come espressione del risveglio generazionale. E di risveglio si tratta appunto. Sono i morti che si risvegliano per papparsi la società. Una società morente e molle che non riesce ad opporsi alla minaccia e che diventa infine quel che era davvero, un enorme cimitero di non vivi. Si tratta, in ultimo, di una naturale evoluzione, non di una involuzione. Nel regime post apocalisse zombie tornano a dominare gli istinti, le virtù quali la forza, l’astuzia, la tenacia, la ferocia. Tornano a primeggiare concetti come quello di Sorte (anziché di provvidenza, e che Machiavelli diceva arridere più al giovane “perché più la batte”), di esasperato egoismo da una parte e solidarietà e cooperazione dall’altra. Tutte queste sono caratteristiche quanto mai adolescenziali. Torna prepotente il concetto di individualità contro la massificazione cui si è stati sottoposti e che ha salvato alcuni (i sopravvissuti) mentre ha condannato altri (gli zombie).

Mille sono le chiavi di lettura del fenomeno, che personalmente trovo molto affascinante.

Ma d’altro canto l’horror è da sempre la cartina tornasole delle inquietudini in cui si macera la società.

Se prima degli anni ’50 il mondo della paura letteraria e cinematografica era popolato quasi esclusivamente da mostri  archetipici (come vampiri, lupi mannari, Frankenstein in tutte le salse e così via), negli anni del secondo dopoguerra si fanno strada i primi horror innovativi, dove il nemico non è più  il mostro, ma la scienza e chi ne fa uso improprio. Il nuovo mortale nemico è l’extraterrestre, l’alieno, che possiede tecnologie avanzate e che ci vuole invadere e distruggere (ci si cali prego nella mentalità della guerra fredda e del pericolo dell’invasione comunista). Venegono prodotti e girati film quali L’invasione degli Ultracorpi e Ultimatum alla Terra.

Con gli anni ’60 l’inquietudine verso l’esterno si trasforma in inquietudine verso l’interno: il nemico è accanto a noi, sotto le mentite spoglie dell’uomo qualunque. Gli horror diventano psicologici con film quali il formidabile Psycho e Che fine ha fatto Baby Jane?, per giungere infine ad un capolavoro assoluto del genere dell’orrore, ovvero La notte dei morti viventi, anno 1968, di George Romero. Per la prima volta incontriamo il fenomeno della natura che impazzisce (già affrontato da Hitchcock ne Gli Uccelli, del 1963) combinato con la paura della massa, della gente. È il primo caso in cui il nemico è massificato, collettivo, invincibile. La società consumistica nella sua degenerazione zombie la rincontriamo ancora negli anni ’70, con una serie di nuove pellicole. Nel frattempo fanno la prima comparsa anche i film sugli indemoniati (Rosmary’s Baby  è del ’68, L’Esorcista del ’73).

Gli anni settanta sono gli anni della consacrazione di Stephen King, che affonda il coltello nelle animelle psicologiche umane. Si susseguono inoltre film sulla tematica del serial killer o del super assassino (come Halloween), cui seguiranno i fortunatissimi epigoni negli anni ’90: dagli infiniti remake di Halloween,  passando per Venerdì 13 e Nightmare, fino a  Scream. Sono gli anni dell’eccesso, dello splatter, dell’esibizione (basti pensare alla tv commerciale, alla nascita delle boy band e così via) e anche della noia. La società è ricca e opulenta e si trovano nuovi espedienti per sollazzare lo spettatore, non ultimo i bagni di sangue, gli sbudellamenti e l’ostentazione anatomica, per così dire.

Sopraffatto dalla propaganda splatter, l’horror anziché annegare nel suo stesso brodo di umori corporei si declina in alternative intriganti come i castigati docu-film alla The Blair Witch Project (con interessanti esiti contemporanei quali Paranormal Activity), e i virtuosismi sul genere come Dracula di Bram Stoker. Sono anche gli anni di Il Sesto Senso e The Ring, già citati precedentemente, che puntano l’attenzione sull’aspetto psicologico. Del 2001 è The Others, che prosegue la linea introdotta dai precedenti. La maledizione irrisolvibile, il capovolgimento, l’effetto di disorientamento (chi è il cattivo? Chi è il buono? Cosa vuol dire essere cattivi?). La società riflette sui suoi mostri e si guarda allo specchio. Il lieto fine non è né lieto né definitivo. E  veniamo quindi agli anni 2000, con 3 orientamenti particolari: il filone porn-horror o porn- torture, sullo stile di Saw-l’Enigmista, il filone apocalittico, sul genere di 28 giorni dopo, Dog Soldiers e così via, e la propaggine più fortunata di questa categoria che ha acquisito tanta fama da diventare per così dire indipendente, ovvero il genere Zombie.

Il primo filone è dannunziano, è decadente e come tale è attraente ed erogeno. È tipico di una società bizantina, corrotta, macchinosa, ritorta su se stessa, vagamente sadica e dichiaratamente masochista.  Il male come piacere del male, la morte come opera d’arte (per citare al negativo D’Annunzio).

Il secondo è evidentemente un monito millenarista alla suddetta società. Il terzo, beh, il terzo è lo specchio infranto della società stessa, che si sente ad un passo dall’Apocalisse e come nell’inverno/inferno delle società arcaiche, la teme e la attende.

Mi è capitato di recente di leggere un interessante articolo sul rapporto horror-adolescenza, che chiarifica meglio il concetto qui sopra esposto.

È facile e ovvio sostenere che l’adolescente si rispecchia nel mostro per via dei mutamenti cui è sottoposto in età puberale (la pioggia di ormoni che trova soddisfazione nell’atto vampiresco, incontrollato, il pelame da lupo mannaro, la sproporzione da Frankenstein e così via). Come il mostro, l’adolescente non si riconosce e non è riconosciuto dalla società.

Ma ancora più interessante è la possibilità di considerare l’horror come rito di iniziazione (rito di iniziazione come è o meglio era il Babbo Natale pre-cristiano). Secondo la psicologa milanese Annabell Sarpato: «Il genere horror, ribalta completamente le regole e i valori, offrendo possibilità alternative e mondi paralleli.

È innegabile il collegamento con lo sviluppo del pensiero ipotetico deduttivo tipico dell’adolescenza, che permette al ragazzo di svincolarsi dal piano reale e pensare al possibile.

In conclusione, forse la preferenza per questa tipologia di film tra i giovani non è solo legata al gusto personale o a una moda del momento. C’è da chiedersi se la lettura di certe storie o la visione di determinati film non fungano da veri e propri riti di iniziazione, come passaggio da quella rassicurante isola felice rappresentata dall’infanzia al mondo nuovo, spaventoso, ma attraente degli adulti.».

Nel superamento delle paure l’adolescente si assicura, nel rovesciamento sociale si afferma e dopo aver edipicamente distrutto o vissuto la distruzione dei padri (le gerarchie sociali, la realtà quotidiana quieta e monotona), ritorna alla vita di tutti i giorni.

L’adolescente, attraverso l’horror, si riprende quel che gli era stato tolto da Babbo Natale: i Saturnali. E lo fa massimamente attraverso gli Zombie.

E così siamo daccapo, al discorso mai concluso sulle ragioni della fortuna di Halloween, sulla fortuna dell’horror. Halloween e gli horror piacciono agli adolescenti. E non siamo noi forse, tutti adolescenti? In una società dove il primo lavoro si trova a 35 anni e il primo figlio si fa a 40, cos’altro potremmo essere?

In una società governata dai vecchi, dai Babbi Natale, che ci hanno esautorato della nostra iniziazione, e ci hanno costretti a centellinare le pulsioni, i desideri, le pretese, dove possiamo andare a cercarcele? Dove a riprendercele?

Eleggiamo allora anziché l’abate della giovinezza il tutore dell’anti-legge Rick Grimes e spariamo negli occhi ai non-morti, liberi dal senso di colpa dell’assassinio. Riviviamo quindi le fasi storiche della primitiva aggregazione di uomini, memori della civiltà che ci ha preceduti, così da imparare dai nostri errori ed edificare una società alternativa.

Quel che mi piace in particolare di The Walking Dead è la forse involontaria coscienza storica. Mi spiego meglio: dopo i Sette re di Roma si impone l’aristocrazia repubblicana. Dopo il monarcato di Rick si genera il consorzio degli anziani (un senato di sopravvissuti) che opera le scelte per il drappello. Le secessioni interne rievocano l’Aventino e così via. Cosa ci attende nelle prossime stagioni non lo so, né posso dire se la mia affezione per il genere proseguirà o, come mi è già successo in passato, finirò con il rinnegare tutto.

Posso però dire che finora ho trovato meravigliose le dinamiche horror che svelano i meccanismi mentali primordiali, il fatto che in una comunità post-apocalittica si ripercorrano bene o male le tappe della storia dell’uomo. Historia magistra vitae? Chi vivrà vedrà.

Buon Natale-Saturnale a tutti, e ricordatevi di visualizzare sempre, prima di andare a dormire, le più sicure vie d’uscita in caso di apocalisse zombie. Non mi resta che dire: alla prossima!

Tanto si sa, chi non muore si rivede. Ma anche chi muore. Oh oh oh!


[1] Alfred Lewis Kroeberg (1876-1960), antropolgo statunitense che teorizzò l’autonomia delle singole culture.

[2] Perché di divinità si tratta, essendo immortale, invariabile, ricorrente e non avendo un racconto semistorico  sulle sue origini tale da ricondurlo all’ambito degli eroi leggendari.

[3] Claude Lévi-Strauss, Babbo Natale giustiziato, Sellerio Editore Palermo, 2004

[4] Mircea Eliade, Trattato di storia delle religioni, Torino, 1957, p. 205 e seguenti

[5] Antonino Buttitta, introduzione a Babbo Natale Giustiziato, p. 24

di Chiara Begnini

Discussione

3 pensieri su “Babbo Natale giustiziato

  1. Di Stephen King ho letto nell’ ordine:

    Cell
    Joyland
    Christine la macchina infernale
    22/11/’63
    The Dome
    Ossessione
    Carrie
    Le notti di Salem
    Buick 8

    Sono state tutte e 9 delle bellissime esperienze, dei veri e propri viaggi all’ interno di un libro unico, di un mondo sconosciuto, di una mente geniale.
    E, come sempre succede alla fine di un bel viaggio, si é soddisfatti di come é andato, ma si é anche tristi, perché avremmo voluto prolungarlo per sempre.
    Ciò che apprezzo di più di Stephen King é l’ empatia che riesce a creare tra il lettore e i personaggi del romanzo. Ad esempio, mentre leggevo 22/11/’63 mi affezionavo profondamente non soltanto al protagonista, ma anche ai personaggi di contorno. E’ davvero un’ abilità non comune.

    Pubblicato da wwayne | 4 gennaio 2014, 12:54 pm
    • Mi trovi d’accordo, anzi, d’accordissimo. E il gran pregio di King è di saper rendere ogni momento, ogni evento plausibile al punto da farti dimenticare si tratti di romanzo… o farti dubitare della realtà fuori di esso. Per dirla con le sue stesse parole: “L’essere che, sotto il letto, aspetta di afferrarmi la caviglia non è reale. Lo so. E so anche che se sto bene attento a tenere i piedi sotto le coperte, non riuscirà mai ad afferrarmi la caviglia”.
      Un caro saluto Wwayne, buon orrorifico e paurosissimo 2014

      Pubblicato da Chiara Begnini | 6 gennaio 2014, 3:13 pm

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