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Alessio, Letteratura

L’inetto in letteratura: Non solo Svevo. Ricordiamoci di Federigo Tozzi

Se lasciamo perdere la definizione da vocabolario, in cui si legge che l’inetto è sostanzialmente un incapace, un inabile, insomma un poveretto un po’ alla Fantozzi, ci accorgiamo che nel romanzo italiano di primo Novecento in verità l’inetto è questo, anche questo, ma anche molto di più. Gli inetti dei nostri grandi scrittori dell’epoca – che poi sono tra i maggiori di tutto il secolo – sono tutt’altro che poveri sciocchi presi a calci dal mondo e dalla sorte. Si vedano i protagonisti di Senilità (1898) e de La coscienza di Zeno (1923) di Italo Svevo o del Fu Mattia Pascal (1904) e Uno, nessuno e centomila (1926) di Pirandello. Dopo aver vissuto svariate vicissitudini contrassegnate da frustrazioni, sventure, conflitti di natura interna prima ancora che esterna, questi uomini, che si collocano fuori dal comune non grazie alle loro virtù, bensì grazie alla loro malattia che li porta ad essere bizzarri e imprevedibili (o apparentemente prevedibili), giungono infine a rivelare la loro superiorità intellettuale e morale rispetto a coloro che li circondano e li giudicano (male), e anche il loro talento segreto, che è poi la consapevolezza della propria condizione «inetta», appunto, e la capacità di barcamenarsi, senza annegare, nella burrasca dell’esistenza, si rivelano, finalmente, provvidenziali.

L’inetto non è però un argomento trattato soltanto da Svevo. Certo, più famosi sono i suoi figli letterari, soprattutto Zeno. Ma l’osservazione dei rapporti familiari e delle sofferenze che spesso ne conseguono sono, al centro anche dei romanzi di Federigo Tozzi, autore senese nato nel 1883 – più giovane di circa vent’anni di Svevo. Tozzi visse un’infanzia piuttosto infelice: il padre, un uomo rude e a tratti violento, dominò traumaticamente la fragile figura del figlio, il quale trovò parziale conforto nella madre, donna mite e malata di disturbi nervosi, peraltro morta precocemente nel 1895. Il dispotismo del padre e l’inazione del figlio emergono in Con gli occhi chiusi (1913), romanzo dagli importanti tratti autobiografici, in cui Pietro, ragazzo sofferente e alienato, è innamorato di Ghìsola, ma non può amarla perché inibito e bloccato dalla figura di suo padre (in sua presenza come in sua assenza), e rimarrà sconvolto scoprendola alla fine incinta di un altro uomo. Simile è la vicenda di Remigio, protagonista de Il Podere (1918), che dopo la morte del padre eredita dallo stesso diverse proprietà cittadine e rurali, senza essere tuttavia in grado di gestirle. Remigio, figura di adulto inetto, sconfitto, schiacciato fin da giovane dalla personalità del padre, precipita di errore in errore, ritrovandosi contro tutto il mondo circostante e finendo ammazzato a tradimento da Berto, contadino ribelle e antiautoritario.

Gli ambienti in cui si trovano a vivere e a operare, loro malgrado, i personaggi di Tozzi, sono simili a quelli in cui lo scrittore nacque e passò i suoi primi anni: ambienti prettamente rurali, rozzi e – potremmo dire – selvatici, in cui domina la legge del più forte, così come in natura, e gli altri, i deboli, gli inetti, gli estraniati non hanno voce in capitolo, non hanno possibilità di salvarsi, sono destinati a soccombere miseramente, portandosi nel cuore un profondo senso di colpa che li frena di fronte agli altri personaggi, quasi sempre triviali, avidi e astuti, e li rende ineluttabilmente degli sconfitti.

Fatalmente, nello stesso anno in cui nasceva Federigo Tozzi, il 1883, a Praga vedeva la luce uno dei più grandi scrittori del Novecento: Franz Kafka. Le analogie fra Tozzi e Kafka non si riducono certo all’anno di nascita, e su questo fecondo parallelismo scrisse pagine importanti il critico Giacomo Debenedetti, il quale sottolineò per primo che Tozzi fu uno dei pochi italiani a «lavorare in sincronismo involontario, inconsapevole con gli artisti, tutti stranieri, se si eccettua Pirandello, che stavano compiendo quasi tutti senza una parola d’ordine e senza mutue intese, una rivoluzione nell’arte occidentale».

di Alessio Casalicchio

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Discussione

Un pensiero su “L’inetto in letteratura: Non solo Svevo. Ricordiamoci di Federigo Tozzi

  1. Non sempre si barcamenano senza annegare…in ‘The Love Song of J. Alfred Prufrock’ di T. S. Eliot, il nostro inetto, sconfitto, annega in un suicidio intellettuale. (“…Till human voices wake us and we drown…”).

    Pubblicato da Marco | 5 maggio 2016, 8:35 pm

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