//
stai leggendo...
Pierangelo, Società

Non sei tu, è la tua grammatica: cinque consigli a caso per non sembrare un idiota


A me piacciono i regali! Sì, soprattutto riceverli, ma anche farli ogni tanto. E mi sono scervellato per un po’ di tempo su quello che avrei potuto donare ai lettori di Truth, finché sono arrivato a questa conclusione: UNA MANCIATA DI REGOLE DI GRAMMATICA. Magari non per voi che, visto che leggete questo blog, siete fini cultori della lingua italiana, ma per i vostri amici, o conoscenti. Quel tipo di persone che al massimo nella vita hanno sfogliato Cioè o Busty Ladies, e di cui magari vi tocca leggere gli stati o i commenti sui social network. Ecco, vi faccio un regalo da regalare, un riciclo preventivato praticamente.

Ammettetelo! Quante volte, senza alcuna superbia, o arroganza, vi è capitato di leggere uno status sulla morte di qualche celebrità e, dopo il consueto RIP, bestemmiare per la violenza grammaticale imposta al defunto di turno?

Quante volte avete letto frasi come “Viviamo nell’epoca dei telefoni intelligenti e di persone stupide! Cit.” postate da individui che non sanno distinguere un articolo serio da uno del Lercio?

Quante volte avete visto mischiarsi punti esclamativi con degli uno (!!1!1) insieme a delle “è” congiunzione e a delle “ha” senz’acca, per poi contemplare il tasto “Nascondi i post di Pinco Pallino” per qualche minuto? (Senza poi tra l’altro cliccarci su, perché lo so che siete dei masochisti e in fondo vi piace!).

Se vi è capitato almeno una volta di provare queste splendide emozioni, questo è il regalo perfetto da fare ai vostri amici.

In caso contrario, siete comunque nel posto giusto.

L’ACCENTO: No, non è opzionale. Non è un soprammobile. E soprattutto non puoi scegliere quello che ti pare più bello come fossi al supermercato! In italiano ne esistono due, quello acuto, cioè quello che pende verso destra, e quello grave, quello che pende verso sinistra. Generalmente il primo caratterizza le vocali chiuse, il secondo quelle aperte, e si dice che sia stato inventato a Milano. 

Se questa vi può sembrare una cazzata, be’ non lo è. Una serie lunghissima di parole va scritta per esempio con l’accento acuto: poiché, perché, affinché, sí (abbreviazione di “così”), De André, ecc. Al contrario, molte vanno scritte con quello grave: sì (affermazione), tè, caffè, cioè, dà (voce del verbo dare), è, Andre Diprè.
Infine l’apostrofo NON è un accento! “E’, i’, a’, o’” non vogliono dire un cazzo: imparate a usare bene i comandi “complessi” della tastiera. Alt + shift + E (su mac), Alt + 0200 (su windows): per un mondo migliore.

L’APOSTROFO: Come già dimostrato, è un segno per molti ambiguo. È un po’ come il clitoride, ahinoi così apparentemente nascosto, ma in realtà: FRONTALE, CENTRALE. Indica una semplice elisione, tutto qua. In sostanza si mette quando tagli un pezzo.

Pensiamo ai dimostrativi influenzati dal dialetto in cui manca sempre “que”: ‘sto, ‘sta, ‘sti, ‘ste. Oppure al tanto bistrattato “poco”: ecco basta giusto un PO’ d’accortezza in più, e un PÒ di noncuranza in meno. Non me fate DI’ de più.
Un altro enigma sembra sorgere con gli articoli indeterminativi. “Un’imposta” è rock, “un’uomo” è lento. L’apostrofo va solo col genere femminile.

In italiano questo segno non indica MAI troncamento. Quindi vi prego, postate questo articolo sulla bacheca di Roberto Saviano. Caro Roberto, si scrive “Qual è” e non “Qual’è”, poche storie.

LA VIRGOLA: È lei la bestia nera. La biondona al bancone che sei sicuro che non te la darà mai. Ma rassegnarsi è un peccato, basta toccare i punti giusti.

Innanzitutto per le virgole non vale il proverbio “Meglio abbondare”, no! Ma non va bene neanche rinunciarci. Non siete James Joyce.
Basta solo tenere a mente qualche regoletta.
Primo: marcare le subordinate non è da snob, non fa sembrare le vostre frasi più articolate o più pretenziose, bensì più chiare! La virgola, come i preservativi, previene dalle malattie, in questo caso da quella dell’incomprensione.
Secondo: 99 volte su 100 davanti al MA avversativo ci va la virgola, MA, strano MA vero, non è sempre così. Invece essa va sempre posta nei periodi ipotetici, per esempio nelle frasi come: “Se fossi in Flavia Vento, smetterei di usare twitter”, ma paradossalmente non si mette in frasi come: “Smetterei di usare twitter se fossi in Flavia Vento”. A meno che non voleste creare un’enfasi particolare, certo.

In qualsiasi modo la vediate “ibis redibis, non morieris in bello” e “ibis redibis non, morieris in bello” non sono affatto la stessa cosa.
Ricordatevi sempre di stare attenti, la virgola è una brutta stronza.

IL PUNTO: Qui mi direte, cosa c’è di tanto difficile nell’usare il PUNTO? Signori miei, il punto, oggi come oggi, è un segno portatore di sfiga.

Se la vostra ragazza risponde a una vostra richiesta con “okay, fai come vuoi”, o “okay, fai come vuoi.”, sapete benissimo che è non è la stessa cosa. Quest’ultima sarebbe certamente una condanna. Sareste spacciati.
Il punto infatti non è più un problema grammaticale, è un problema sociale. Siamo riusciti nell’intento obbrobrioso di far diventare il nostro segno più utilizzato un simbolo di aggressività. E poi ci mettiamo a parlare di progresso dell’umanità!

Come direbbe Borghezio: “Bisogna lottare per ricacciare questo punto dal paese in cui è venuto. Non solo non paga le tasse, ma ruba il lavoro alle emoticon. Punto.”.
Tornando strettamente alla grammatica, in realtà, anche questo segno ha la sua dose di stronzaggine. È parente della virgola.
Come soleva ripetere Laura Carnelos, la profe più brava (e bella) che io abbia mai avuto, e praticamente amato, non dimenticate mai che “per un punto Martin perse la cappa”. La storia ve la cercate su google.

CONSECUTIO TEMPORUM: Adesso oso, davvero. Nella speranza che ciò faccia almeno riflettere, non pretendo altro.
Come la butto giù questa? È un bel problema.
Ecco, pensate a una famiglia. Ci sono i figli, i padri, le madri, gli zii, le zie, i nonni, ecc. Le frasi sono come una famiglia allargata, senza alcuna differenza. Come voi siete figli di vostra madre, vostra madre è figlia di vostra nonna, così come c’è la subordinata della subordinata, la subordinata della principale, e la reggente.

Ogni legame di parentela fra le frasi può avere tre tipi di rapporti: di anteriorità (A), contemporaneità (C) o posteriorità (P). (Questo è il momento in cui avete messo il filtro e con un occhio cercate l’accendino, ne avete assoluto bisogno).
Insomma cari avventori inconsapevoli della lingua, i tempi verbali che usate dipendono dalla reggente – è lei il boss, non voi – e dal suo rapporto con la subordinata.

Prendiamo ad esempio i rapporti di posteriorità: se vi pare scontata la frase “Penso che tu sarai assolutamente fica con questo vestito”, deve parervi scontata anche la frase “Pensavo che che tu saresti stata assolutamente fica con questo vestito”. Non ci sono alternative.
Le regole da snocciolarvi per la concordanza dei tempi sarebbero molte, moltissime, infinite, e non è questo il momento. Ci vorrebbe un mucchio di tempo. Ma se vi venisse in mente di prendere un libro in mano, dateci un’occhiata! Una volta imparata questa, il resto sono bazzecole.

Arrivati a questo punto probabilmente non è che sarete diventati Dante, ma neanche Fabio Volo. Forse però sarà chiaro il concetto che scrivere bene vi definisce. La vostra grammatica vi rappresenta, è come una carta d’identità. È un indicatore della personalità, come quando chiedi a qualcuno che musica ascolta, o cosa vota, o chi frequenta.
Usare un congiuntivo non è un orpello inutile, è il riflesso scritto o sonoro della vostra struttura mentale, della vostra maniera di pensare. È un elemento che pesa nella scala della vostra credibilità.

Perciò sì, siete voi, siete la vostra grammatica.

di Pierangelo Milano

Annunci

Discussione

Un pensiero su “Non sei tu, è la tua grammatica: cinque consigli a caso per non sembrare un idiota


  1. Lascio anch’io un regalo, degno completamento di questo articolo. Riciclatelo pure se volete!
    Sul bigliettino (ogni regalo che si rispetti ha un bigliettino) scrivo:
    “[…]L’esperienza del Verde Enrico che, a una domanda sulla P maiuscola, esclama “è il pane di segala!” vale sul serio per le figure d’interpunzione. Il punto esclamativo non è uguale all’indice minacciosamente alzato? I punti interrogativi non sono come lampeggiatori o come un batter di ciglia? Secondo Karl Kraus i due punti spalancano la bocca: guai allo scrittore che non la riempie di cibo nutriente. Il punto e virgola ricorda otticamente due baffi che pendono; ancor più forte sento io il suo sapore di selvaggina. Vanesie e soddisfatte, le virgolette, si leccano i baffi. […] cit.”
    A questo punto, se il bigliettino ha attirato la vostra curiosità, o la vostra educazione vi impone comunque di accettare un regalo, non vi resta che scartare il pacco: Theodor W. Adorno, “Interpunzione” , in “Note per la letteratura”, Einaudi, 2012, pp. 39-45. Buona lettura e buone feste!

    Pubblicato da Io | 18 dicembre 2013, 11:19 am

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Truth (yelled)

Follow truth on WordPress.com

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Seguici su Twitter

Visualizzazioni

  • 29.799 hits
Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: