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Psicoanalisi, Rosalba, Storia

Donne in viaggio: la vitale femminilità di Sabina Spielrein / 2

“Nell’occuparmi di argomenti sessuali un problema mi ha particolarmente interessato: perché l’istinto alla riproduzione, questo istinto potentissimo, insieme alle prevedibili sensazioni positive ne contiene di negative come la paura e la nausea, che devono essere eliminate affinché si possa raggiungere una sua positiva realizzazione? [… ] A quanto mi risulta alcuni studiosi hanno cercato una spiegazione che tende a porre limiti all’istinto e insegna ad ogni bambino a considerare la realizzazione del desiderio sessuale come qualcosa di cattivo e proibito. Alcuni hanno notato la frequenza delle rappresentazioni di morte collegate con desideri sessuali, tuttavia questi autori considerano la morte come un simbolo del problema morale (Stekel). […] Freud ricollega la paura alla rimozione dei desideri che, se non fossero repressi avrebbero una connotazione affettiva positiva. […] In Jung (Wandlungen und Symbole der Libido – Simboli della trasformazione) ho trovato questo passo: ” Il desiderio appassionato, cioè la libido ha due aspetti: essa è la forza che tutto abbellisce ma all’occasione tutto distrugge. Spesso si ha l’impressione di non riuscire a comprendere realmente in che cosa potrebbe consistere la caratteristica distruttiva della forza creatrice. Una donna che si abbandona alla passione, almeno nella odierna situazione culturale, sperimenta solo troppo presto l’aspetto distruttivo. Occorre immaginarsi di essere un po’ al di fuori dei costumi borghesi per capire la sensazione di enorme insicurezza che sorprende l’uomo che si affida incondizionatamente al destino. Essere fecondi significa distruggersi, perché col nascere della successiva generazione quella precedente ha superato la sua acme: così i nostri discendenti diventano i nostri nemici più pericolosi contro cui non potremo mai spuntarla perché essi sopravviveranno e prenderanno il potere dalle nostre mani ormai prive di forza. La paura del destino erotico è assai comprensibile, perché ad esso è connesso qualcosa d’imprevedibile; sempre il destino nasconde ignoti pericoli, e la continua esitazione del nevrotico ad affrontare la vita si spiega con il desiderio di starsene da parte per non entrare in lizza con gli altri nella pericolosa lotta per la vita. Chi rinuncia all’avventura di vivere deve soffocare in se stesso il desiderio che lo spinge a questo, deve cioè mettere in atto una specie di suicidio. Con ciò si possono spiegare le fantasie di morte che spesso accompagnano la rinuncia al desiderio sessuale.” Volutamente cito per esteso le parole di Jung perché la sua osservazione corrisponde perfettamente ai risultati da me raggiunti; egli infatti accenna ad un ignoto pericolo che è contenuto nell’attività erotica; inoltre per me è assai importante che anche un individuo di sesso maschile sia cosciente di un pericolo non solo sociale. Jung non pone le rappresentazioni di morte in accordo, bensì in contrasto con quelle sessuali. Nella mia esperienza con ragazze posso dire che normalmente è la sensazione di paura quella che emerge in primo piano fra i sentimenti di rimozione quando per la prima volta si prospetta la possibilità di realizzare un desiderio, e in effetti si tratta di una forma molto specifica di paura: si avverte il nemico in se stessi, ed è il nostro stesso ardore amoroso che ci costringe con ferrea necessità a fare qualcosa che non vogliamo; si avverte la fine, la caducità da cui invano vorremmo fuggire verso ignote lontananze. […] Ritengo che i miei esempi dimostrino abbastanza chiaramente, come provano alcuni fatti biologici, che l’istinto riproduttivo è costituito anche dal punto di vista psicologico da due componenti antagonistiche ed è perciò altrettanto un istinto di nascita quanto di distruzione” (da “La distruzione come causa della nascita” di Sabina Spielrein).

Secondo A. Carotenuto “ogni teoria psicologica a prescindere dalla sua reale validità” esprime un problema dell’autore: Sabina interiorizza le esperienze vissute e le traduce in parole. Non c’è nulla di descrittivo nelle sue opere, tutto quello che leggiamo (e conosciamo di lei) rappresenta l’assimilazione di due grandissimi momenti di “distruzione”: il tumulto crescente emozionale che la conduce a Burgholzli e la fine della sua storia d’amore con Jung.

Attraverso i due lavori più importanti e fondamentali per la sua carriera di psicoanalista di stampo freudiano, Sabina illustra ed illumina il cammino (forse anche il nostro), nel desiderio ardente di cercare, scoprire, comprendere e ricostruire in forma positiva e feconda i momenti distruttivi più potenti della sua storia.

Sabina così si interroga e intuisce che “Accanto al desiderio di conservazione esiste un desiderio di trasformazione, ma I’io sente questa trasformazione come una morte. « Dove regna I’amore muore I’Io, il truce despota »: proprio qui, nel regno di Eros e Thanatos, si esprime I’istinto della riproduzione o I’istinto del divenire.”.

Freud e Jung, in un primo momento, accolsero in modo freddo il lavoro di Sabina sull’istinto di morte. Si legge in una lettera di Freud del 21/03/1912 indirizzata a Jung: “Del lavoro della Spielrein conosco solo un capitolo [… ]. E’ una donna molto intelligente; tutto quanto dice ha un significato, la sua pulsione distruttiva mi piace poco, perché la ritengo condizionata personalmente. Mi sembra che essa abbia più ambivalenza di quanto sarebbe normale”. Jung, d’altro canto, lo definirà “enormemente complessato”.

L’istinto di distruzione così fu accantonato dal gruppo di lavoro viennese, facente capo a Freud che, però, nel 1920 lo fa suo e lo introduce in “Al di là del principio del piacere”: “Una parte notevole di queste speculazioni è stata anticipata da Sabina Spielrein, in un lavoro ricco di contenuto ed idee che purtroppo non mi è del tutto chiaro”. Sabina in realtà comprende, poiché lo vive su di sé in maniera totale e senza riserve, che subito dopo l’unione e prima della nuova progenie occorre morire per completare le tappe fondamentali del cammino psicologico:  perché qualcosa di nuovo possa nascere, occorre prima amare e anche morire.

E’ Sabina che precede il binomio freudiano di Eros e Morte e l’idea junghiana di Morte e Rinascita: in lei sessualità, morte e divenire vivono e si esprimono in un cammino di crescita, coscienza e consapevolezza.

Tre anni dopo l’uscita dell’opera di Freud, Sabina si trasferisce in Russia a Rostov sul Don e qui apre il primo asilo ad indirizzo psicoanalitico, l’Asilo Bianco, dove poter crescere “Altri Bambini”, amati, sostenuti, educati, resi liberi e capaci di scegliere in modo autonomo e di autodeterminarsi. E’ in questo asilo che si interroga, sperimenta e introietta le sue idee, così brillantemente espresse nei suoi articoli sull’infanzia e frutto delle sua collaborazione con Piaget.

Sabina si sente viva, vera, appassionata, onesta nei confronti del mondo e di se stessa, gioca in modo sincero e spontaneo come il suo cognome, per quello che io non considero uno strano scherzo del destino, suggerisce (Spielrein si traduce con “gioca pulito!”).

Eppure, ancora una volta, Sabina è ostacolata: nel 1924 Stalin proclama la psicoanalisi fuori legge, ma l’Asilo vive illegalmente, al chiuso, clandestinamente. Nonostante sia costretta ad assistere alla sua distruzione, Sabina non scende a compromessi, non modifica o rinnega il suo metodo educativo e la sua attività terapeutica, perché Sabina sa quanto profondi e intensi siano stati i suoi desideri e le sue passioni, quanto sconvolgente e terribile la sua paura di distruzione e quanto sofferta e tormentata  la sua vita, per cui ha pagato un prezzo alto ma mai carico di rassegnazione o disperazione.

Sabina muore nel 1942, trucidata dai nazisti in una sinagoga di Rostov insieme alle figlie e gettata in una fossa comune.

Al numero 83 di Via Pushkin, nella casa in cui ha vissuto e studiato, si legge una targa commemorativa, riconoscimento tardivo e riduttivo per una donna dal temperamento difficile, ma leale, forte e tenace, che ha contribuito alla nascita e alla formulazione di teorie, considerate, ancora oggi,  fondamentali nel “corpo della conoscenza analitica”.

La voglio ricordare così, con le immagini tratte dal film di R. Faenza, Prendimi l’Anima e con le parole della sua canzone preferita:

“Un giovane uomo riflette, tutta la notte
sarebbe sbagliato, si domanda, o forse giusto
dovrebbe rivelarle il suo amore,osare scegliere
e lei lo accetterebbe, oppure no?

Tumbala, tumbala, tumbalalaika,
Tumbala, tumbala, tumbalalaika
tumbalalaika, suona la balalaika
tumbalalaika – e sii felice

Fanciulla, dimmi di nuovo
cosa può crescere senza pioggia?
cosa può ardere per molti anni?
cosa può bramare e piangere senza lacrime?

Giovane sprovveduto, perché domandare ancora?
E’ la pietra che può crescere senza pioggia
E’ l’amore che può ardere per molti anni
Ed è il cuore che può bramare e piangere senza lacrime”.

di Rosalba La Monaca

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