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Alessio, Letteratura

Leopardi, la fanciulla e la morte

Permettetemi, per questo terzo lunedì, di parlare di un poeta immenso, tanto celebrato sui libri di storia letteraria, quanto detestato sui giovani banchi liceali. Permettetemi di parlare di Giacomo Leopardi, non per dire qualcosa di nuovo, ma per dire qualcosa che mi auguro vi risulti interessante e suggestivo, se è possibile, piacevole. Chiedo venia anzitutto per la semplificazione concettuale dovuta alla necessaria brevità.

Ebbene, cos’hanno in comune i celebri canti leopardiani Il sogno (1825), A Silvia (1828), Le ricordanze (1829) Amore e morte (1835) e Sopra un bassorilievo antico sepolcrale (1835)? Oltre ad essere tra le espressioni più alte della lirica leopardiana, e testimoniare la consueta visione negativa del grande poeta di Recanati, insieme al rimpianto del continuo fuggire del tempo e lo svanire, progressivo, delle speranze e illusioni giovanili, questi canti hanno il loro fondamento nella poetica della fanciulla, bella, giovane, nel vigore dei suoi anni, miseramente perita, caduta, penosamente stappata alla sua discreta e serena vita mortale.

In questi canti, infatti, c’è sempre una giovane donna, una adolescente, che porta un nome caro al poeta oppure è anonima, che viene rapita al mondo dalla natura matrigna (secondo la visione leopardiana) con una morte impietosa e terribile. Che si chiami Silvia o Nerina, la fanciulla è destinata, ineludibilmente, all’aldilà, agli inferi, lasciando dietro di sé dolore inconsolabile e disperazione, a partire da quella del poeta.

Ma vediamo più da vicino i nostri testi o meglio, dei frammenti di questi: ne Il Sogno si legge: «Dunque sei morta, / o mia diletta, ed io son vivo, ed era / pur fisso in ciel che quei sudori estremi / cotesta cara e tenerella salma / Provar dovesse, a me restar intera / questa misera spoglia?». In A Silvia Leopardi scrive: «All’apparir del vero / tu, misera, cadesti: e con la mano / la fredda morte ed una tomba ignuda / mostravi di lontano». Ne Le ricordanze, vera autobiografia in versi di Leopardi, in una drammatica climax ascendente che va a chiudere la lirica leggiamo: «Ogni giorno sereno, ogni fiorita / pioggia ch’io miro, ogni goder ch’io sento, / dico: Nerina or più non gode; i campi, / l’aria non mira». Ancora, in Amore e Morte la fine della vita ha proprio le sembianze della bellissima fanciulla: «Bellissima fanciulla, dolce a veder, non quale / la si dipinge la codarda gente, / gode il fanciullo Amore / accompagnar sovente». E, infine, in Sopra un bassorilievo antico sepolcrale la fanciulla morente viene interrogata trepidamente sul suo destino: «Dove vai? Chi ti chiama / lunge dai cari tuoi / bellissima donzella? Sola, peregrinando, il patrio tetto / sì per tempo abbandoni?».

Secondo alcuni studiosi per questo contrasto drammatico tra la fanciulla e la morte che, come abbiamo visto, talora finiscono per identificarsi, come se in Leopardi l’idea stessa di florida giovinezza celasse, come la rosa la spina, un nefasto presentimento, ecco secondo questi studiosi Leopardi si sarebbe rifatto al mito greco di Persèfone, dea venerata dagli antichi come regina degli inferi proprio nella forma di Kore, la dea fanciulla.

Persèfone, che per i latini era Prosèrpina (figlia di Giove e di Cerere, fu rapita da Plutone che la sposò e la rese regina dell’Averno), si nasconderebbe così, ad esempio, dietro la più famosa delle liriche sopra ricordate: la canzone A Silvia. Secondo Alberto Borghini e Mario Seita (A Silvia: un modello antico), Leopardi avrebbe avuto come modello il De raptu Proserpinae, poemetto mitologico incompiuto del poeta Claudiano (V secolo d.c.)

Scrive Claudiano ai versi 246-247 del proemio: «Ipsa domum tenero mulcens Proserpina cantu / irrita texebat rediturae munera matri» ossia «Prosèrpina, ricreando la casa con canti gentili, un vano dono intesseva per il ritorno della madre» (trad. di F. Serpa). Leopardi, da parte sua, in A Silvia scrive: «Sonavan le quiete / stanze, e le vie dintorno, / al tuo perpetuo canto, / allor che all’opre femminili intenta / sedevi, assai contenta» e poi ancora «Io gli studi leggiardi / talor lasciando e le sudate carte, / ove il tempo mio primo / e di me si spendea la miglior parte, / d’in sui veroni del paterno ostello / porgea gli orecchi al suon della tua voce, / ed alla man veloce / che percorrea la faticosa tela».

Molte le identità fra la Prosèrpina claudiana e la Silvia di Leopardi. Ma è il verbo «mulcens» l’indizio che ci induce a credere ancora di più alla tesi sostenuta da Borghini e Seita. Mulceo, che in latino significa principalmente toccare dolcemente, blandire, mitigare l’etere con il canto, e che in Claudiano si riferisce all’azione ristoratrice compiuta da Prosèrpina con il suo canto soave, in Leopardi viene messo in relazione al cuore di Silvia, che non può più rallegrarsi dello sguardo dolce dell’innamorato, perché Silvia non esiste più, se ne è andata per sempre, di essa rimane soltanto il ricordo: «Tu pria che l’erbe inaridisse il verno, / da chiuso morbo combattuta e vinta, perivi, o tenerella. E non vedevi / il fior degli anni tuoi; / non ti molceva il cuore». In Leopardi molceva diviene verbo emblematico dello stato di ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Il fiore di Silvia, che fu splendido e profumoso fino a un attimo prima che la Natura malvagia non la privasse della chiara e fiduciosa luce dei suoi occhi. E con questo, nella speranza di non aver annoiato oltremodo il gentile lettore, ci diamo appuntamento al prossimo lunedì.

di Alessio Casalicchio

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Discussione

Un pensiero su “Leopardi, la fanciulla e la morte

  1. Fonti per la citazione degli studiosi che tirano in ballo Claudiano no, eh?

    Pubblicato da Gio | 16 marzo 2014, 12:22 pm

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