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Psicoanalisi, Rosalba, Storia

Donne in viaggio: la vitale femminilità di Sabina Spielrein / 1

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“Oh, vento se vien l’inverno, può la

primavera essere molto lontana?” 

(P. B. Shelley, Ode al vento dell’Ovest)

Parlare oggi di Sabina Spielrein può rivelarsi compito arduo ma nondimeno urgente e necessario: donna dalle mille sfaccettature, incarna il senso fondante della creatività che cura, espressione di un femminile che diventa, nel dispiegarsi degli eventi, coraggioso, spontaneo, privo di orpelli condizionanti, non drammatizzato dal desiderio ossessivo di potere.

Sabina cammina, annaspa, corre, si dibatte scompostamente, riprende il corso sinuoso e furioso del suo viaggio, fugge e rincorre le sue ombre, in un gioco in cui la speranza accompagna il dolore, senza soppiantarlo o distruggerlo, poiché Sabina ama al di là di ogni calcolata ragionevolezza.

La incontriamo così nel suo cammino da Rostov sul Don (nasce il 6 novembre 1885 da un mercante ebreo e da sua moglie odontoiatra, dedita soltanto alla famiglia) fino all’ospedale psichiatrico di Burgolzli (vi fu ricoverata nel 1904 per una grave forma di isteria), nella crudele nudità dell’anima, avvinghiata ad un conflitto che lacera e ferisce, in un rimando di sensazioni che paralizzano e sembrano non lasciare scampo. Ogni tentativo di recupero si annulla nell’abisso della disperazione, che esaspera ed atrofizza la volontà, il desiderio concreto e positivo di vita e di luce.

Spaventata dall’indifferenza che la circonda, rinchiude se stessa in un mondo di oscurità e di silenzio, in cui l’immaginazione salvifica non trova né spazio né tempo. E quando tutto sembra ormai perduto, il numinoso incontro con la verità la riporta alla luce: accompagnata da Carl, riacquista splendore, forza e identità. Sabina e Carl, specchio dei demoni che la abitano. (Carl Gustav Jung, nato a Kesswil, il 26 luglio 1875 e morto a Kusnacht, il 6 giugno 1961, è stato uno psichiatra, psicoanalista e antropologo svizzero).

Carl, giovane psichiatra innovatore, figlio spirituale di Sigmund Freud, irrompe nell’esistenza di Sabina e ne sovverte l’ordine. Curata, rinata, rivitalizzata, inizia gli studi musicali, collabora con il giovane medico ai suoi esperimenti associativi e questi, positivamente colpito dalla sua intelligenza e brillante curiosità, la spinge verso la laurea in medicina. Ed è in questo percorso terapeutico, durato un anno circa, che Sabina diventa per Jung “quel paradiso perduto…” mentre “…tutta questa passione, come un fiume, scendeva inesorabilmente…” verso di lei “…che con lentezza, ma con esito sicuro, procedeva verso la guarigione” ( A. Carotenuto, “Diario di una segreta simmetria”).

L’amore di lei, che risuona come uno schianto, apre a Jung le porte archetipiche dell’Anima (la parte inconscia femminile presente negli uomini) e dell’Ombra (il luogo in cui albergano i tratti più deboli, contrastati, arcaicizzati e che rappresentano una sorta di doppio negativo di sé).

È, quello di Sabina, un amore che nutre e svuota e che, nell’attimo suo culminante, chiede, vuole, esige un figlio, che mai nascerà per evitare lo scandalo (Jung era già sposato con Emma Rauschenbach, devota a lui fino alla morte).

La potenza, fino ad allora felicemente risolutiva, del sentimento amoroso deflagra in modo violento: l’idillio emotivo e carnale trova la sua fine, ma non l’idillio spirituale. Nonostante un primo iniziale smarrimento, in cui i due si rivolgono a Freud, desiderosi di aiuto e sostegno, Sabina e Carl riprendono l’ordito e la trama fino ad allora intessuta e intrattengono una relazione epistolare che durerà sino al 1919.

Non intendo qui soffermarmi sulla carica transferale attraverso cui si sviluppa l’unione di queste due dramatis personae, né sulla loro scelta, sofferta e tormentata, di separarsi con amore, poiché altro desta la mia attenzione e merita, a mio parere, un ulteriore approfondimento: nel momento in cui le strade dei protagonisti apparentemente si dividono, si rivela, ancora una volta, la grandezza e la vitalità ri-conquistata di Sabina Spielrein.

Sono di questi anni, indicativamente dal 1909 al 1912, i suoi due lavori più importanti: la dissertazione di laurea Uber den psychologischen Inhalt eines Falles von Schizophrenie (Dementia praecox), “Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia”, e il suo manifesto di vita “Die Destruktion als Ursache des Werden”, “La distruzione come causa della nascita”.

Dopo essere divenuta membro della Società di Psicoanalisi di Vienna (nel 1911, stesso anno del conseguimento della laurea), Sabina sposa nel 1912 il dottor Pavel Scheftel (da cui avrà subito una figlia, Renate; nel 1924 nascerà Eva) e dà inizio ad un suo personale indirizzo di ricerca, intrattenendo, come ho già ricordato, rapporti epistolari non soltanto con Jung, ma anche con Freud.

Sabina è finalmente una donna libera, padrona del proprio destino, capace di compiere in perfetta autonomia scelte di vita, che la condurranno lontano, là dove poter rimanere fedele a se stessa.

In questa prima breve parte della sua biografia, la guarigione analitica si fonde con l’esplosione incontrollabile di una passione amorosa, che trascende però l’umana dimensione: dall’unione di tre anime nasceranno infatti, come scopriremo la prossima settimana, le grandi teorie sulla psiche, su di un palcoscenico in cui il femminile ritrovato, riscopre strumenti formidabili di passione e potere personale, perché “…solo chi avrà conosciuto il regno della paura e del dolore e ne sarà emerso, potrà accompagnare gli altri verso la luce” (A. Carotenuto, “L’anima delle donne”).

di Rosalba La Monaca

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