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Alessio, Cultura, Letteratura

Le riviste letterarie del Primo Novecento e la loro importanza

Capire il primo (primissimo) Novecento letterario italiano può essere impresa molto faticosa se si trascura la lettura delle riviste culturali che in quest’epoca nacquero si diffusero e pochi anni dopo, esaurita la loro funzione programmatica, si sciolsero lasciando dietro di sé tutta una elaborazione culturale da ricomporre e comprendere.

Sul modello del Decadentismo francese, le cui voci più autorevoli iniziarono ad esprimersi su periodici come «Le Chat noir», «Lutèce», «Le Decadent», «La Plume», anche in Italia gli intellettuali più ispirati ritennero necessario raggrupparsi in diversi cenacoli e caffè che fossero anche in grado di produrre e sottoscrivere dei programmi letterario-culturali innovativi.

Le riviste principali, che poi divennero vere e proprie istituzioni culturali, furono: «Il Regno», «Hermes», «Leonardo», «La Voce», «Lacerba», tutte sorte a Firenze, tornata ad essere, nel primo Novecento, centro nevralgico della letteratura italiana.

Ora, questo esempio di proposta – non priva di intenti educativi – questo infittirsi di programmi culturali e piccoli gruppi di intellettuali provenienti dalla piccola o media borghesia italiana, testimoniano il clima di rinnovamento, di svecchiamento e di ridefinizione del ruolo dello scrittore dopo la grande crisi post-romantica. Questi giovani intellettuali si affiancarono ai letterati ufficiali di fama ormai consolidata, Carducci, Pascoli e soprattutto D’Annunzio, in questa fase ancora molto attivo sia culturalmente che politicamente.

I giovani di cui parliamo, magari ignoti al lettore di oggi, sono Enrico Corradini, fondatore de «Il Regno» nel 1903 e, per un certo periodo, direttore de «Il Marzocco»; Giuseppe Borgese, che tra il 1904 e il 1906 diede vita a «Hermes», rivista dannunziana ma non solo; Giovanni Papini e Giuseppe Prezzolini, fondatori della rivista filosofica pragmatista «Leonardo»; ancora Prezzolini, che nel 1908 fondò «La Voce», dirigendola fino al 1914; Ardengo Soffici che, con Papini, fondò «Lacerba», rivista di orientamento futurista, tuttavia solo per poco tempo in accordo con Filippo Tommaso Marinetti.

Tra queste, le ultime due sono, probabilmente, quelle che più hanno segnato la vita dell’Italia dell’epoca. «La Voce», antipositivista e vicina all’Idealismo crociano, per alcuni unica, ancorché tardiva, proposta romantica italiana, si dedicò anche a problemi politici come le questioni del Mezzogiorno, del suffragio universale, della scuola, delle regioni, dell’impresa libica, dell’Irredentismo. Da «La Voce», nel 1911, si staccò Salvemini per dare vita a «L’Unità» (omonimo del quotidiano fondato da Gramsci nel ’23). Alla fine del ’14, dopo l’abbandono di Prezzolini, la direzione fu presa da Giuseppe De Robertis, che diede alla rivista un carattere precipuamente antologico e letterario, coinvolgendo e dando spazio ad autori come Ungaretti, Cardarelli, Campana, Onofri, Bacchelli.

La rivista «Lacerba» invece, che nacque in polemica con «La Voce» prezzoliniana, si caratterizzò soprattutto per un’istanza prepotentemente nazionalistica e antitradizionalista (siamo negli anni della Prima Guerra Mondiale), dapprima vicina al Marinettismo, e poi invece più incline ad un futurismo (fiorentino) letterario. Il nome fu preso in prestito e leggermente modificato dal poema antidantesco L’Acerba di Cecco D’Ascoli. «Lacerba» ebbe comunque vita breve, dal momento che, nata nel ’13, chiuse i battenti nel ’15.

Un capitolo a parte meritano «Il Marzocco», rivista fiorentinissima e decisamente eclettica che si avvalse della collaborazione di D’Annunzio, Conti, Bontempelli, Pascoli, Cecchi, Fogazzaro e molti altri scrittori di prima importanza, e «La Ronda», periodico romano, nato nel 1919, già in un clima diverso, a pochi anni dall’avvento del Fascismo. Fu fondato, infatti, proprio per superare le esperienze de «La Voce» e de «Lacerba», ritenute oramai obsolete: il programma fu firmato da Vincenzo Cardarelli e condiviso da Bacchelli, Cecchi, Savinio, De Chirico, Carrà, sotto un orientamento generale che si ama definire di «Ritorno all’ordine». Un ordine che viene restituito alla frase e al periodo grammaticale (in questo periodo si passa dalla poetica del frammento, tipicamente vociana, alla prosa d’arte) dopo l’intensa parentesi delle Avanguardie, tesa a rompere e stravolgere la sintassi (non solo grammaticale) della tradizione letteraria e artistica in senso lato. L’idolo del rondismo, soprattutto cardarelliano, fu Leopardi, e in particolare, il Leopardi delle Operette Morali, ritenute il sommo risultato della prosa moderna italiana.

La fitta trama di programmi e di polemiche che sorsero prima, dopo e fra queste numerose iniziative editoriali dànno la cifra della crisi culturale del primo Novecento, della massiccia rottura che solcò trasversalmente il mondo culturale italiano ed europeo di questo periodo, per poi tradursi nella tragedia della Grande Guerra e nella fine ufficiale dell’egemonia europea sul mondo circostanza. D’altra parte però testimonia altresì l’ansia di proposte e di intraprendenza culturale e letteraria di tanti intellettuali, molti venuti praticamente dal nulla, che non si rassegnarono al crepuscolo di un’epoca. Una realtà storica non così lontana da quella che viviamo noi oggi.

di Alessio Casalicchio

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