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Società, Sofia

Un posto dove non siano richieste tessere

E allora me ne vado chissà dove /

a cercare lo stesso benessere /

in un luogo dove non siano richieste tessere

(Cromosomi – Lo Stato Sociale)

TESSERE: fare a maglia, fabbricare tappeti, stoffe, tessuti. Niente di tutto questo. Dicesi “tessera” quello stramaledetto pezzo di carta (nei migliori casi plastificata, nei peggiori igienica) che sancisce inderogabilmente e senza possibilità di fraintendimento alcuno l’appartenenza a un’associazione, gruppo associativo, collettivo, circolo, setta, banda, o qualunque altro raggruppamento umano che decide di perseguire un obiettivo comune e di accogliere nuovi adepti tramite la sottoscrizione della suddetta tessera, strettamente personale e non cedibile, pena la morte. Non si capisce se sia una moda, o se più semplicemente convenga tirar su tutto questo casino con la storia delle tessere. Oh, c’è un concerto là stasera, sono dieci euro. Sì ma serve la tessera. Oh, c’è un cineforum dall’altra parte domani. Sì ma ce l’hai la tessera? ECCHECCAZZO NO CHE NON CE L’HO. E allora mi sa che ti attacchi. Oppure la fai però ti costa cinque euro e devi metterti in coda per compilare il modulo in cui ti chiedono nome e cognome, indirizzo, codice fiscale, telefono, e-mail, gruppo sanguigno, numero di scarpe, marca preferita di deodorante e anche il nome da nubile della sorella maggiore di tua nonna (che ahimè non è lo stesso di tua nonna, poiché la sorella è stata tragicamente concepita in una fredda mattina del febbraio 1912 con il lattaio). Dopo aver confidato al modulo i tuoi più intimi segreti, paghi e puoi finalmente stringere in mano quel beneamato pezzo di carta. Ora sì che sei dei nostri. Il problema è che questa scena si ripete pressoché ogni sera, se sei minimamente incline alla vita sociale e ogni tanto hai voglia di sentire un concerto invece che stare svaccato sul divano di casa tua ad ammazzarti di televendite. Si ripete ogni sera per le enne sere della tua vita in cui decidi coraggiosamente di uscire dal letargo e provare quel nuovo locale. Il risultato sono enne tessere associative che pian piano si accumulano e ti intasano il portafogli. E lo sbattimento di palle si eleva, per conseguenza, alla enne. Che poi tante volte la tessera la fai perché ci tieni proprio tanto a sentire quel gruppo, ma dopo quella volta nel locale non ci torni più, perché probabilmente sta in culo ai lupi e chi te lo fa fare di prendere la macchina e andare fin là solo per sfruttare quella stupida tessera? La stupida tessera resterà sepolta nel tuo portafogli, sotto altre duecento sue simili a cui è toccata la medesima triste sorte.

L’altra sera stavo cercando qualche spicciolo nel portafogli da devolvere al mio barista di fiducia, ma, cerca che ti cerca, gli spicci non li ho trovati. In compenso ho trovato un dignitoso quantitativo di pezzi di carta che attestavano la mia appartenenza ai più disparati circoli. Ho pensato fosse ora di mettere un po’ d’ordine e alla fine della disinfestazione ho potuto orgogliosamente dispiegare questo arsenale di tessere.

Foto tessere

Osservandole in ordine progressivo dalla prima in alto a sinistra e proseguendo verso destra troviamo:

– la tessera con le banane, ovvero la tessera dell’Atelier Discreto, d’estate può rivelarsi utile se ti vuoi fare una serata in collina a Verona, d’inverno risulta abbastanza inutile.

– la tessera sanitaria, si va bene questa è una tessera ufficiale ma seriamente, se sei una persona di sana e robusta costituzione non è che serva poi molto. Io la uso principalmente per prender le sigarette al distributore, il che risulta vagamente un ossimoro.

– la tessera Arci, fondamentale per entrare nei circoli Arci (QUANDO/SE te la chiedono), costa dieci sacchi ma vuoi mettere la svolta di entrare con la stessa tessera in tutte le sedi Arci d’Italia?

– la tessera dell’ESU (i reduci dell’uniVR sanno di che cosa parlo), si tratta della tessera che ci ha permesso per anni di riempire i nostri stomaci nella mensa dell’università, con pietanze di dubbia provenienza, dubbia lavorazione e dubbie proprietà organolettiche. Fondamentalmente un lasciapassare per la gastrite.

– nell’angolo in alto a destra invece le due tessere più inutili della storia: sembrano uguali ma così non è. Chi frequenta Verona avrà senz’altro notato il fiorire a ogni angolo di strada di Botteghe del caffè Dersut, niente di male in questo, il caffè è buono e ti danno pure un rinfrescante bicchiere d’acqua con le foglioline di menta dentro. Lo sbaglio sta nel fatto che OGNI Bottega del caffè Dersut ti propone la PROPRIA tessera della Bottega del caffè Dersut. E non è che la tessera che hai fatto al Dersut che c’è vicino a piazza Erbe la puoi usare al Dersut di via del Pontiere, NO NON PUOI. Ma almeno fatele diverse cazzo. Buongiorno, un caffè. Subito, ha la nostra tessera fedeltà? Sì certo, devo solo riconoscerla fra le centoventisette tessere del caffè Dersut UGUALI che ho qui nel portafogli, se ha un’oretta di tempo giuro che glie la trovo. Se anche il caffè mi deve diventare uno stress siamo ai passi gente.

– ripartendo dalla seconda riga fa capolino la tessera più provvisoria della storia delle tessere provvisorie. Fu il primo tentativo di tesserare (leggi tassare?) i partecipanti alle famigerate feste in collina alla Casetta Lou Fai. Essendo provvisoria è stata usata una sola volta, presto soppiantata dalla tessera con le banane di cui sopra.

– la tessera delle fotocopie, quella che la paghi quattro euro subito e hai cento copie a disposizione, insomma quella che t’incula quando finisci l’università e ti restano ancora dodici copie da fare e che non farai mai. Bilancio: ci hai perso qualcosa come quarantotto centesimi, vabbè dai ti poteva pure andare peggio.

– la tessera del vecchio Emporio Malkovich, quella con su l’uomo formaggio e dietro disegnate tre ciabatte: una ciabatta infradito, una ciabatta di pane, e una ciabatta per le prese elettriche. Porta il mio nome ma io non ricordo di averla fatta né di averla mai usata. Probabilmente ero ubriaca.

– la tessera del Cinghiale Musicale, è la new entry del mio portafogli, anche questa è una di quelle tessere purtroppo destinate all’usa-e-getta. A meno che stasera io non abbia voglia di prendere la macchina e andare fino a Torrazza Coste (o era Sagliano? o Ponte Crenna? Vabbè, una di queste ridenti località dell’Oltrepò pavese simpaticamente invase dalla nebbia) a bermi un mojito e giocare a Carrom.

– la tessera con i codici segreti del cellulare. Va bene questa non è una vera tessera, non ti ammette in nessun circolo esclusivo ma la tengo nel portafogli e la considero alla stregua di una tessera vera perché una notte mi ha salvato la vita, dopo essere riuscita a sbagliare il pin tre volte e a sminchiare il telefono. Senza questa tessera, e il segretissimo codice puk che essa riporta, starei ancora bestemmiando da quella volta.

– alla riga sotto, un’altra tessera bella inutile ma a cui sono legata da un affetto incondizionato. La tessera fedeltà dell’Amico Kebap di Genova. Usata una volta alle sei di mattina mentre vagavo con la mia coinquilina per le vie di Genova, reduce dal Minimo al Buridda, in cerca di cibo. Ho provato a spiegare al kebabbaro che non avrei più avuto occasione di tornare lì a mangiare perché non ero di Genova ma poi ho ceduto. Ora ho un buon motivo per tornare là per un’altra colazione dei campioni.

– la tessera del mercatino dell’usato. Con questa hai accesso al meraviglioso mondo degli oggetti di seconda mano, è una tessera gratuita e non prevede vantaggio alcuno per chi la possiede, quindi in realtà non capisco che senso abbia farla e perché in quel mercatino non si possa acquistare se non la si possiede.

– la tessera della Ciclofficina, pure questa usata una sola volta, ma qui la colpa è mia: giuro che ci ho provato a mettere le mani sulla Bianchi ereditata dallo zio Memo ma ho fatto più danni che altro, quindi ci ho rinunciato. In compenso la tessera l’ho pagata dieci euro e i freni a bacchetta della Bianchi continuano a fare i cazzi loro.

– all’ultima riga la tessera dell’Area Enel, che non è quella con cui pago le bollette, ma la tessera dell’ennesimo circolo musical-culturale che naturalmente da un annetto a questa parte non ha più fatto eventi.

– per concludere ecco le due tessere (vecchie) della Röcken e le tre (vecchie) di Interzona. Se continuo a rifarle ogni anno vuol dire che forse ne vale la pena, e che almeno un po’ le uso. Quindi qui niente da eccepire. Peccato però che io abbia perso la tessera di IZ dell’anno corrente, praticamente l’unica di tutto il portafogli ad avere motivo di esistere.

– non si vedono (ma ci sono) un’infinità di altre tessere: da quella della lavasecco a quella dell’Esselunga, della Coop, del Famila, del Simply. Supermercati dove ti fermi una volta a comprare le gomme da masticare e tac! Ti rifilano la tessera punti. Ma che punti e punti, i punti di sutura che ti metteranno in faccia dopo che ti avrò preso a mazzate, cazzo.

Ah, dimenticavo. Se non hai la tessera sei out e non puoi leggere questo blog.
Va bene facciamo sta tessera, la posso fare a nome Stoppardi?
Eh? Stoppardi chi?
STOPPARDIPALLE!

di Sofia Scartezzini

Discussione

Un pensiero su “Un posto dove non siano richieste tessere

  1. Giuro, ho immaginato fossi tu l’autrice del post dal titolo! Finale sublime!

    Pubblicato da ida | 15 gennaio 2014, 9:42 pm

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