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Alessio, Letteratura

Attualità e inattualità di Erasmo da Rotterdam

Ho pensato a lungo su quale argomento scrivere per questo mio pezzo inaugurale all’interno della piattaforma Truth. In verità sono giunto alla conclusione che in tempi duri e cupi come questi – tempi di negatività talvolta assolute – scrivere è già di per sé una facoltà di lusso, una possibilità di cui per giunta si potrebbe pure andare fieri, perché implica un minimo di tempo libero, un briciolo di volontà e un po’ di serenità, almeno apparente. Dunque, è probabile, date queste premesse, che valga la pena di farlo a prescindere dagli argomenti da trattare. Un po’ come andare a pesca: è un hobby piacevole di per sé, al di là della cattura di prede più o meno voluminose.

Ho scelto di parlare di un autore in apparenza d’élite, forse leggermente polveroso, per qualcuno superato. Ma vi prego di non interpretarla come una decisione viziosa e affettata, in realtà è un sincero tentativo di normalità, perché Erasmo era una persona normale, genialmente normale, sebbene sia divenuto famoso per aver scritto L’elogio della Follia (Encomion Moriae seu laus stultitiae, 1511).

Ma veniamo alle questioni essenziali: l’altra sera, mentre leggevo i Colloquia erasmiani – dialoghi scritti e pubblicati lungo tutta la vita in un latino gradevole e franco – in una bella edizione curata da Adriano Prosperi e Cecilia Asso che mi è stata donata qualche tempo fa, supponevo che Erasmo, genio della filologia umanistica, degno erede di Lorenzo Valla, formidabile scrittore e traduttore, grande sostenitore della riforma delle Chiesa, si presenta dinanzi al lettore contemporaneo, allo stesso tempo, con una inattualità storica che va di pari passo ad una sorprendente attualità morale e filosofica.

Erasmo (1466-1536) visse e molto viaggiò in un’Europa lacerata dalle crisi e dai conflitti religiosi: da una parte la Chiesa cattolica romana, dall’altra la nuova Chiesa luterana riformata. In quegli anni l’Italia era il faro egemone della civiltà europea, il Paese culturalmente più avanzato, l’erede della grande cultura greco-latina, la terra delle prime, grandi università e dei più grandi umanisti dell’epoca. È ovvio che Erasmo guardasse al nostro Paese come un giovane universitario italiano può oggi guardare all’Inghilterra o agli Stati Uniti, con ammirazione, rispetto e un pizzico di riverenza. Il rapporto del letterato olandese con l’Italia fu, ad ogni modo, travagliato, ed Erasmo si tenne volentieri alla larga dal Paese del papa; tuttavia, quando vi si recò, nel 1506, provenendo dall’Europa «barbara», ansioso di consolidare la propria educazione, egli rimase a dir poco impressionato dalla solerzia e dell’attivismo negli affari degli italiani, nello specifico dei veneziani. Erasmo fu infatti ospite di Aldo Manuzio nel 1508, e presso la sua tipografia stampò i suoi Adagia (raccolta di proverbi della classicità greco-romana). Di questa esperienza scrisse, con tonalità satiriche, nel dialogo Opulenza taccagna (Opulentia sordida).

La cosa più curiosa di questo dialogo, che voglio condividere con voi, è l’immagine che Erasmo dà delle consuetudini culinarie e lavorative in essere, allora, tra gli italiani (veneziani: l’Unità d’Italia era ancora lontana):

«GIA: […] per i tedeschi è appena sufficiente un’ora per la colazione, altrettanto per la merenda, un’ora e mezza per il pranzo, due ore per la cena, e se non vengono messi davanti a un buon vino, a buona carne buon pesce, piantano il padrone e se ne vanno a fare la guerra.

GIL: Ciasun popolo ha i suoi costumi. Gli italiani non danno molta importanza al mangiare, preferiscono il danaro al piacere, e sono sobri non solo per dovere, ma anche per natura» (trad. dal latino di C. Asso)

Ora, potete immaginare come abbia io strabuzzato gli occhi nel leggere che cinquecento anni fa un olandese, nemmeno particolarmente meridionalista, scrivesse dei tedeschi quello che oggi tutti in Europa dicono degli italiani, arrivando e dipingere i teutonici come dei gozzovigliatori perditempo di prima categoria. E, per giunta, l’intento di Erasmo è sarcastico, come si evince dal titolo, per cui è chiaro che, se era sua intenzione stigmatizzare l’esagerato attaccamento al lavoro degli italiani (ricordiamoci che Erasmo soggiornò nella più importante e straordinaria casa editrice dell’epoca), significa che anche in Olanda le abitudini lavorative erano molto meno dinamiche che in Italia. È questa un’inattualità che ha provocato in me non poca nostalgia per un tempo che purtroppo non ci è stato dato di vivere.  Poi è vero che, di lì a cinquanta sessant’anni, tutto sarebbe cambiato, ma questo è già un altro discorso.

L’attualità di Erasmo, invece, è tutta nella sua visione intimistica e spirituale figlia di una devotio moderna che ebbe il coraggio di essere autonoma e di non scendere a patti né con il Luteranesimo né con il Cattolicesimo romano. Erasmo fu, con Tommaso Moro e Ignazio di Loyola, promulgatore di una religione che spera di trovare Dio nella propria anima mediante il raccoglimento e la meditazione. Ma è nel biasimo dell’ipocrisia, nella condanna del compromesso, nel rifiuto della ricchezza e del potere, nel ritorno alla religione delle origini e dei poveri, nell’imitazione pratica della vita di Gesù, senza figurazioni ascetiche, che mi piace vedere nella forma confessionale erasmiana qualcosa che oggi s’intravede nell’opera pastorale spicciola ed essenziale del nuovo pontefice, papa Bergoglio, gesuita di formazione, francescano di costumi. Se le cose andranno effettivamente come le premesse fanno pensare, lo vedremo solo tra qualche anno, nella fiducia che Erasmo torni ad essere letto e stimato anche in Italia, il Paese che tanto amò e tanto temette.

di Alessio Casalicchio

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